Privatizziamo?

di Massimo Blasoni

Supponiamo, superata la sostanziale illicenziabilità, di privatizzare larga parte dell’attività della pubblica amministrazione senza per questo perdere di vista la funzione amministrativa nel senso della cura degli interessi dell’intera collettività. Insomma gli organi politici – sfoltiti- restano come la capacità di spesa – seppur contratta- resta l’interesse pubblico di taluni servizi, ma tutta o quasi l’attuazione è privata. Vengono dismesse le imprese pubbliche, le partecipazioni e vengono esternalizzate larga parte delle attività e degli organici della miriade di enti territoriali e non. La stessa idea di assoluta supremazia dell’amministrazione pubblica è rivedibile come l’attuale perimetro di applicazione del diritto amministrativo: l’attività amministrativa in passato è stata regolata dalle stesse norme che disciplinano i rapporti tra privati. Si può trovare un bilanciamento tra le esigenze di imparzialità, poteri pubblici e l’attuale ipertrofia amministrativa. Ipotizziamo a grandi linee che le imposte vengano sensibilmente abbassate e una parte dei servizi attualmente resi dallo Stato siano invece acquisiti dai singoli sul mercato. Approssimativamente quei servizi, sostenibili economicamente, dove riteniamo normale pagare in ragione di quanto consumiamo. E’ avvenuto per la telefonia, un tempo pubblica. Quando nel 1997 venne emessa sul mercato le rimostranze e le perplessità non furono poche. Oggi possiamo constatare come l’apertura del mercato alla concorrenza abbia portato innegabili vantaggi all’utenza finale, dal momento che negli ultimi 10 anni le tariffe telefoniche sono calate dell’11,5%. Nello stesso arco temporale, solo per fare un esempio, le tariffe per l’acqua – ancora pubblica – sono aumentate del 78,6%. In questo solco si potrebbe inserire anche il nostro sistema previdenziale.

Altri servizi, per la loro natura, presuppongono che tutti concorriamo attraverso le imposte al loro costo senza che necessariamente li utilizziamo nella stessa misura: è così per l’università, la sanità, il welfare. Ma cosa vieta che di caso in caso la gestione del servizio sia effettuata da soggetti privati in regime di concessione ovvero regolata dal meccanismo dei voucher spesi dal cittadino dove preferisce? Questo non vorrebbe dire privare lo Stato della funzione o del compito di stabilire regole e vigilare, piuttosto perseguire efficienza, concorrenza e libera scelta, scindendo l’interesse pubblico dalla sua attuazione.

Sarebbe per noi discriminante che gli impiegati dell’anagrafe o quelli del catasto o delle poste fossero dipendenti di una società privata piuttosto che della pubblica amministrazione?

Se è vero che la gestione pubblica è sostanzialmente meno efficace di quella privata per congeniti difetti (burocrazia, gestione politicizzata, produttività) allora occorre fortemente limitarla. Sottratte per ovvie ragioni, all’ipotesi magistratura, forze dell’ordine e poco altro, privatizzando o delegando al privato la gestione dei servizi, il livello di produttività di norma sale così come l’efficienza. Scendono i costi, anche considerando il profitto dell’impresa, come avviene pressoché sempre quando vi è competizione.

Del rischio di sperequazioni, della tutela dei più deboli da prevaricazioni mercatiste e delle garanzie di erogazione dei servizi parleremo di seguito. Per ora diciamo che la prospettazione proposta è fortemente liberista, ma non irrealizzabile.

Il fatto che poste, ferrovie, acqua, energia, sanità, scuola siano sostanzialmente pubbliche, non è frutto di un ordine necessario: perché lo Stato fa meglio, perché meglio garantisce i cittadini. Spesso si tratta di servizi o istituzioni che di norma sono stati solo in un secondo tempo incamerati e nazionalizzati, più con una logica di dominio che sulla scorta di un’esigenza di efficienza o di solidarietà. I primi Ospedali, nacquero come espressione della pietà cristiana e solo in pieno Rinascimento entrano nell’orbita pubblica. Quando nel XII secolo sorsero le prime Università, da Bologna e Parigi, da Padova a Salamanca, erano rette da associazioni corporative di studenti o professori che si occupavano tanto della didattica che della struttura organizzativa interna. Solo dal XIV secolo gli Atenei diventarono in massima parte pubblici e lo stato iniziò a stipendiare direttamente i docenti. Il sistema scolastico universitario in Italia non brilla certo per qualità e la sua natura fondamentalmente pubblica sembra essere la conseguenza più del tentativo di garantire un certo controllo da parte dello Stato, in un settore così sensibile, che di evitare elitarismi e sperequazioni. La scuola da noi è quasi sempre statale anche perché lo Stato unitario aveva bisogno, per citare d’Azeglio, di fare “gli italiani”.

Estratto dal libro di Massimo Blasoni