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No al gradualismo

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Se la stella polare è Privatizziamo!, la situazione nazionale e mondiale richiede per l’Italia riforme che non possono prevedere gradualità. Senza la pretesa illuministica di piegare la realtà alle idee, ma con la convinzione che sia necessaria una immediata terapia d’urto.
Solo condizioni diverse (crescita, debito pubblico più contenuto, situazione congiunturale migliore) permetterebbero un approccio graduale ai temi. Ora non è possibile. Anche una ripresa generale dell’Occidente rischierebbe di non bastare al nostro Paese. È questa una premessa necessaria per comprendere lo spirito delle proposte contenute nei capitoli che seguono. È una premessa, tra l’altro, non pleonastica perché di norma nel dibattito le proposte sono roboanti, ma le effettive intenzioni sono timide. Quanti in ambienti politici o della tecnocrazia di Stato ritengono possibile una politica dei piccoli passi non hanno presente (o non vogliono considerare) la gravità della situazione. I governi Monti, Letta e Renzi ben poco hanno fatto tranne annunciare le riforme. Limitate azioni di riduzione del prelievo fiscale sarebbero un errore. Altrettanto lo sarebbero una modesta riduzione della spesa pubblica e una limitata semplificazione dei livelli istituzionali, del numero di regioni e comuni. Pensare con gradualità a liberalizzazioni, esternalizzazioni, privatizzazioni sarebbe un errore. Riformare un Paese con un intreccio di poteri così pervasivo come quello italiano richiede un’azione secca. Il rischio altrimenti è di una deriva contraria, che tende costantemente a riportare le cose al loro stato originario, o a declinare cambiamenti che in realtà nulla cambiano. Non c’è più tempo per un’azione lenta e per piccole modifiche. Le azioni graduali vengono sormontate dal più veloce succedersi dei nuovi eventi.

Massimo Blasoni

In una posizione intermedia

Tratto dal libro “ Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

In una posizione intermedia tra i motivi di scarsa competitività, ascrivibili sia al sistema Italia sia agli imprenditori (e lavoratori), giova ricordare la stagnazione della produttività del lavoro, frutto di norme sbagliate tanto quanto di un approccio non privo di errori sia della grande impresa sia del sindacato. Durante gli anni Novanta la produttività era aumentata in Italia di un tasso medio annuo paragonabile a quello delle principali economie comunitarie; nel decennio successivo è cresciuta di meno, con una contrazione ulteriore tra il 2008 e il 2014.
I problemi sono certo molti e strutturali e tra questi non sarebbe onesto ignorare anche il forte intervento del sindacato e una quantità di ferie, permessi e festività che non ha pari in Europa. Tra i motivi di minore produttività ci sono questioni legate alla formazione, all’innovazione tecnologica e, guai a dirlo, all’intensità dell’impegno al lavoro. In tema di risorse umane, lo si dice sommessamente, forse sarebbe necessario un atteggiamento più proattivo e di maggiore efficienza anche da parte dei lavoratori. Nell’Eurozona, secondo il Censis, in media un lavoratore produce 36,7 euro di pil per ora lavorata. L’Italia si colloca ben al di sotto della media, con 32 euro per ora lavorata. Francia, Belgio, Germania, Paesi Bassi sono tutti abbondantemente sopra i 40 euro l’ora. Inoltre, non vanno dimenticati i rapporti economici non sempre limpidi tra Stato e sistema produttivo. Talvolta l’aiuto statale si è rivelato più un salvagente di situazioni di per sé già critiche che un incentivo all’innovazione o alla crescita dimensionale. Certamente non si può sottacere che il nostro sistema sta ancora pagando le esagerazioni del ruolo, fin troppo ampio, che si è ritagliato lo Stato nella nostra economia.
Protagonista per antonomasia è stato l’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale, che a partire dagli anni Sessanta ha assunto una connotazione assistenzialista. A ciò si aggiunga il sistema degli appalti pubblici o le commesse statali: beni e servizi identici possono avere costi uno multiplo dell’altro in diverse regioni o addirittura nella stessa regione, perché alla concorrenza si è non di rado si è sostituita la «prossimità» al governatore di turno.

Massimo Blasoni

Divieto di assumere

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

«Divieto di assumere»: non si tratta di un paradosso ma del tentativo di spiegare il comune sentire percepito da imprese e lavoratori nel nostro Paese. I licenziamenti e le mancate assunzioni di questi anni non sono solo – giova ribadirlo – la conseguenza di una strutturale crisi economica, né possono essere semplicemente imputati all’aggressività delle imprese. Sono, anzi, il frutto di un sistema antiquato, barocco e fortemente burocratizzato che pone in capo a chi deve assumere e creare occupazione un quesito amletico: mi conviene o è meglio rinunciare? Non si assume essenzialmente perché le leggi che regolano i rapporti di lavoro sono eccessivamente rigide e, oltre al costo economico, vi è un costo normativo ormai insostenibile.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai sacerdoti dell’articolo 18 (che vorrebbero ripristinare per tutti) che in un Paese in cui è difficile licenziare diventerà sempre più difficile e sconveniente assumere. L’articolo 18 va superato con riferimento a tutti i lavoratori. Gli interventi messi in campo da diversi governi sul fronte degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato sono palliativi.

C’è poi il dato della totale incertezza normativa e giudiziaria in cui un imprenditore è costretto a muoversi. Prendiamo a paradigma il caso dell’apprendistato, che in Europa è considerato unanimemente lo strumento con cui garantire ai giovani un accesso intelligente al mercato del lavoro e, contestualmente, un riallineamento delle proprie competenze (la scuola spesso non insegna ciò che serve) con quelle richieste dal mercato. Dalla riforma Biagi del 2003, però, questo istituto ha subito ben dieci interventi correttivi di natura legislativa, tre modifiche attraverso decreti ministeriali,17 circolari interpretative e 30 tra note e interpelli. Per tacere del groviglio improduttivo di disposizioni riguardanti la formazione, spesso emanate più per far felici i formatori che i formati. In una condizione di questo tipo, difficilmente un imprenditore con un minimo di buonsenso si azzarda ad assumere un ragazzo con un contratto di apprendistato finalizzato all’assunzione.

Massimo Blasoni

IN ITALIA CAMBIANO CONTINUAMENTE I GOVERNI MA LA CORSA VERSO LO SFASCIO NON RALLENTA MAI

ITALIA OGGI, 25 settembre 2019

La politica nazionale conta? Ovviamente, ma molto meno che in passato e soprattutto il mutare di orientamento dei governi che si succedono non sembra avere effetti significativi almeno sulle tasse che paghiamo e sulla crescita del debito. Insomma, al di là delle dichiarazioni roboanti dei sette governi che abbiamo avuto dal 2006 ad oggi, la pressione fiscale è rimasta sempre in uno strettissimo corridoio che va dal 41,5% del 2007 all’attuale 42,1%. Modestissime differenze ben poco condizionate dai diversi orientamenti: siamo passati dal centro-destra al centro-sinistra fino all’ultimo governo giallo-verde.

Anche la crescita del debito nel periodo ha conosciuto una progressione sostanzialmente omogenea, indipendentemente dal colore politico di chi governava. Questo non vuol dire che le scelte dei partiti non ricadano pesantemente su ognuno di noi ma ciò avviene non come un tempo, soprattutto al nord. Nell’economia globale finiscono per prevalere decisioni e indirizzi che vengono assunti in consessi più ampi. Qualche esempio?

All’ambito nazionale è sottratta la politica monetaria. Un tempo la moneta poteva essere svalutata in una notte, oggi le scelte sull’euro non si fanno certo a Roma. I partiti peraltro controllavano il sistema bancario, con tutto quello che ne consegue. Dalla Banca Nazionale del Lavoro al Banco di Napoli, dal Monte dei Paschi di Siena all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, la nomina dei CDA competeva all’ambito politico. Oggi non è più così e i parametri europei di concessione del credito in ogni caso rendono molto più difficile elargire denaro facile a sodali e conoscenti. Sono lontani i tempi in cui le assunzioni nel pubblico impiego erano migliaia e servivano ad appagare le rispettive clientele e i parametri europei limitano di molto gli aiuti di Stato al sistema delle imprese.

Stare in Europa vuol dire accettarne le regole, che tradotto significa che incrementare fuori misura deficit o debito comporta sanzioni. E anche se il nostro debito pubblico è in costante crescita sono lontani gli anni ‘80 in cui il deficit annuo raggiungeva anche il 14% del Pil. In definitiva, la signoria dello spread rende di fatto impossibile assumere decisioni che i mercati giudicano radicali o eccessivamente populiste. Il confronto tra i partiti, soprattutto negli ultimi mesi, ha dato un’idea della politica fortemente drammatizzata. C’è molto della soap opera con colpi di scena, fidanzate esibite, performance balneari e cambiamenti di fronte. Occorre forse che tutti rimettano i piedi per terra e si chiedano cosa concretamente possano fare nei limiti che gli sono concessi.

Massimo Blasoni – Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Sudditanza alla burocrazia

di Massimo Blasoni

«L’intendenza seguirà» – sentenziava Napoleone decidendo l’avanzata
delle truppe. Purtroppo da noi accade spesso il contrario, con
la politica che – magari inconsapevolmente (e si tratta allora di
una colpa ancora maggiore) – si mette volentieri a rimorchio degli
inamovibili vertici burocratici. Detentori della conoscenza dei
sottili e complessi meccanismi istituzionali, sono essi a imporre in
concreto le scelte. Dalla loro hanno un sapere astratto, ma ignorano
quasi sempre la vita delle aziende e delle persone che pretendono
di regolamentare. Negli ultimi anni si è così assistito a una curiosa
versione della sindrome di Stoccolma, con ministri e deputati che a
parole promettono processi di sburocratizzazione e semplificazione
normativa, ma che poi si vedono costretti a promuovere e approvare
provvedimenti di segno opposto, stesi in prima persona da capi
dipartimento, direttori generali e soprattutto consiglieri di Stato:
una genia di magistrati che interpreta tre parti in commedia. Essi
sono bravi a scrivere le leggi, a interpretarle e ad applicarle. Sono
davvero pochi i ministri, i sottosegretari, i presidenti di regione e
gli assessori che riescono a imporre la propria visione delle cose a
una riottosa macchina burocratica che nel tempo è riuscita a dilatare
enormemente il proprio potere.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’ Italia” di Massimo Blasoni