Il debito, la spesa pubblica e le tasse

IL DEBITO

di Massimo Blasoni

In sé il debito non è tout court negativo. Risorse temporaneamente
spese anche in deficit per l’ammodernamento infrastrutturale, per
opere strategiche, possono corroborare la crescita di un Paese. Diventa
invece una terribile zavorra se le sue dimensioni sovrastano
il pil e se con quei denari, anziché creare condizioni di innovazione
e sviluppo, si è nutrita una spesa inefficiente e l’inclinazione a
risolvere problemi e tensioni sociali spendendo più di quello che
si incassa, malgrado un’imposizione fiscale enorme, come quella
italiana.
L’espansione del debito pubblico è un dato comune a tante democrazie
occidentali. In un loro ormai classico studio, James Buchanan
e Richard Wagner parlarono di «democrazie in deficit»,
mostrando le ragioni strutturali che inducono le classi politiche
a espandere la spesa senza ricorrere soltanto alla tassazione, ma
dilatando il debito. Sostengono, infatti, che ogni forza di governo
non indifferente al consenso e al progetto di restare al potere non
possa che adottare in qualche modo tale strategia.
Ovviamente queste scelte di spesa finanziate dal ricorso al prestito,
se smodate, penalizzano le generazioni a venire, ma nel breve
periodo (quello che conduce alle elezioni) evitano di accrescere la
pressione fiscale ovvero di ridurre la spesa pubblica e urtare in tal
modo i cittadini elettori.
Questo è vero un po’ ovunque e non a caso il debito pubblico
è un tratto comune di situazioni molto diverse. D’altra parte, la
spesa pubblica ha avuto un ruolo importante dopo il crollo di Wall
Street del 1929 e nelle prime fasi del dopoguerra europeo, per fare
qualche esempio.
In Italia, però, il debito ha assunto un carattere abnorme (superiore
al 130% del pil) a causa della particolare inadeguatezza dei
governi, che ne hanno abusato oltre misura e anche a causa di squilibri
sociali e territoriali cui si sono date non già risposte di mercato,
basate sullo sviluppo, ma semplicemente assistenziali. Ora però i
nodi vengono al pettine.
La situazione è resa ancor più drammatica dal fatto che al debito
pubblico va aggiunto quello pensionistico, troppo spesso sottovalutato
e che invece ha dimensioni perfino superiori. In definitiva,
l’Italia non soltanto è esposta di fronte ai titolari dei bond di Stato,
ma anche nei confronti di tutti coloro che in questi anni hanno
versato contributi previdenziali che non sono stati accantonati e
investiti allo scopo di finanziare la loro vecchiaia. Quei soldi sono
stati non di rado utilizzati per attribuire pensioni a chi non ne aveva
titolo o anche per altri scopi di natura «sociale» o pseudo tale: e
così oggi i lavoratori si trovano costretti a versare contributi altissimi
per offrire una previdenza, anche modesta, alla gran massa di
persone anziane del Paese. Salvo rischiare di non ricevere in futuro
la propria pensione.
Non bisogna dimenticare, per giunta, che sul piano demografico
dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un baby boom e ora
quelle generazioni sono giunte alla terza e quarta età. Numericamente
consistenti e politicamente assai dinamici (dal Sessantotto in
poi), questi figli di un’Italia incapace di gestire con responsabilità
la propria crescita hanno saputo strappare tutta una serie di «diritti
sociali» che sono stati spesso elargiti anche in assenza di una vera
copertura finanziaria.
Il risultato è che un lavoratore che oggi entra nel mercato del lavoro
deve dedicare una parte significativa del proprio anno lavorativo
a finanziare il debito pubblico, che è stato accumulato da chi negli
anni scorsi è vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e le pensioni
destinate a chi ha versato soldi che sono stati malamente utilizzati.
Non è sempre stato così. I numeri che si raccolgono dal secondo
dopoguerra mostrano che il nostro Paese è ripartito in condizioni di
estrema sostenibilità del debito (valori addirittura inferiori al 40%
del Pil fino ai primi anni Settanta), per poi vedere i propri conti
messi in crisi dal deficit cumulato soprattutto negli anni Ottanta.
In quell’ultimo decennio di Prima Repubblica, infatti, il rapporto
tra debito e pil superò prima la soglia del 60%, per poi avvicinarsi
rapidamente a quella del 100%, sfondata proprio in corrispondenza
alla firma, travagliata, del Trattato di Maastricht del febbraio 1992,
che consentiva al nostro Paese l’ingresso in Europa in cambio
dell’impegno a ricondurre il rapporto debito/pil entro quel 60% in
un lasso di tempo «adeguato».
Proprio in quell’anno l’Italia si ritrovò nel mezzo della crisi finanziaria
più grave del dopoguerra, con il governo Amato in piena
Tangentopoli costretto alle misure più radicali e drastiche per risanare
i conti pubblici, come quella di elevare il livello di tassazione,
introdurre una patrimoniale sugli immobili (antesignana dell’Imu)
e una anche sui conti correnti, tramite il prelievo a sorpresa, in una
notte di luglio, del 6 per mille dai depositi degli italiani.
Nonostante queste misure, il 16 settembre del 1992 in uno degli
attacchi speculativi di maggior successo della storia, George Soros
mise in ginocchio la lira costringendoci a una svalutazione del 30%
e all’uscita dall’allora Sistema Monetario Europeo.
La Seconda Repubblica ereditò quindi un debito pubblico al 120%
del pil, ma riuscì a ricondurlo, grazie anche al contributo della crescita
economica, al di sotto del 110% prima dell’avvento dell’euro, e fino
quasi al 100% successivamente. La grave crisi di origine finanziaria che
perdura dal 2007 ha però vanificato questi sforzi, riportando il rapporto
tra debito e pil rapidamente al di sopra del 130%, il livello attuale.
Ciò che è successo nel 2011 (lo spread, la lettera di Draghi a
Trichet) ha a che fare con i mercati finanziari e la speculazione
internazionale che, quasi vent’anni dopo, ha messo in ginocchio
ancora una volta il nostro sistema di finanza pubblica, cogliendolo
nuovamente «scoperto» dalle protezioni che sarebbero arrivate
solamente più tardi, grazie agli interventi straordinari della Bce.
Il nostro è, infatti, un debito pubblico che, specie dopo l’apertura
del mercato dei capitali, non è solo in mani italiane. Con le ovvie
conseguenze.
Dunque, il crescere del debito è frutto di eccesso di spesa e di
congiunture internazionali.
Potremmo dire che il mondo della finanza internazionale non
perdona: ha punito il nostro debito nel 2011 e nel 2012 così come
vent’anni prima, e ora ci ritroviamo a incassare un suo peggioramento
nel rapporto con il pil, che ha superato il vecchio record (fermo
al 124% di vent’anni fa). Ma tutto ciò è accaduto evidentemente a
causa di una situazione formatasi, come già accennato, in un periodo
storico ben definito e ormai lontano, che può individuarsi
soprattutto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta del
secolo scorso, quando si è speso troppo.
Restano tre dati. In primo luogo, nel Paese la spesa pubblica è
stata sovradimensionata. Nel decennio 2000-2010 le regioni da sole
hanno aumentato la spesa di 90 miliardi e, allo stesso tempo, la spesa
dello Stato, complessivamente, è cresciuta. In secondo luogo, abbiamo
speso spesso male, finanziando la cassa più che gli investimenti:
scegliendo la logica del day by day, anziché innovare strutturalmente
il Paese. In terzo luogo, infine, malgrado l’avanzo primario, il debito a
causa del costo degli interessi continua a crescere e anche una robusta
spending review (che pure ovviamente va fatta) non ne ridurrebbe le
proporzioni in termini significativi, visto il periodo di scarsa crescita.
Qualcuno crede che sia possibile rispettare il Fiscal Compact? Che
sia possibile ridurre di decine di miliardi l’anno il debito pubblico? La
spending review ha determinato risparmi non significativi: si è ben lontani
dalle decine di miliardi l’anno che ogni recente governo si era ripromesso
di conseguire. Anzi, la spesa al netto degli interessi negli ultimi
tre anni è continuata a crescere: si sono ridotti gli interessi, non i costi
dello Stato. Dunque, più che sul numeratore (debito pubblico) occorre
lavorare sul denominatore. Cioè sullo sviluppo e sulla crescita del pil.
In effetti, alla fine si è costretti a tornare sempre al punto di
partenza: alla necessità che l’economia si rimetta in moto e si creino
quindi condizioni strutturali che favoriscano l’azione degli imprenditori,
attuali e futuri. Il giorno in cui l’Italia tornasse a vedere
aumentare fatturati, profitti e occupazione, anche il nostro debito
sarebbe giudicato diversamente e certo sarebbe più facile ridurlo. A
lungo ci è stato detto che è l’entità del debito ad allontanare gli investimenti
e a farci punire dai mercati. Questo è vero, ma solo in parte.
Lo sviluppo Usa e di molti altri Paesi rende accettabili debiti sovrani
di ragguardevole entità. Fa premio la crescita: per questo dobbiamo
mettere al centro lo sviluppo e l’espansione della nostra economia
e convincerci che l’unica soluzione è privatizzare e ridurre lo Stato

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni