LE TASSE

di Massimo Blasoni

Il funzionamento dello Stato rende necessario il pagamento delle tasse,
che non sono avvertite come pregiudizialmente ingiuste se la sensazione
è quella di un’equa controprestazione in servizi di interesse collettivo:
strade, sicurezza, scuole. Si può discettare di quanto ampia debba essere
la platea di questi servizi e in che misura competano allo Stato (per chi
scrive – come si chiarirà in seguito – si tratta in ogni caso di servizi
acquistati dallo Stato sul mercato e non direttamente prodotti)), ma
questo cedere una parte della propria libertà (qui intesa come una parte
delle risorse prodotte con il proprio lavoro) e il demandarne l’utilizzo
ai propri rappresentanti eletti, in democrazia, è la norma. Il tema si
complica quando l’entità delle tasse è eccessiva e quando viene avvertita
come sperequata rispetto all’efficienza dei servizi. Di più, quando la
leva fiscale viene utilizzata in parte rilevante per spese ritenute inutili o
per nutrire l’apparato stesso delle istituzioni. Un’avversione che cresce
ancor più quando le imposte servono a sanare i deficit di fallimentari
avventure imprenditoriali di Stato (da Montedison ad Alitalia) o quando
si costruiscono strade al doppio del loro costo oppure opere di scarso
interesse, a inseguire la vanagloria del governante di turno quando non
più privati interessi. La tassazione rischia di diventare il cuore pulsante
di una sorta di religione civile. Una statolatria che vede il cittadino
privato del diritto a una controprestazione puntuale (il sinallagma tra
imposta e specifico servizio non c’è). Le aliquote fiscali non sono l’espressione
di una tassazione ritenuta equa sulla cui base commisurare
la spesa pubblica. All’opposto, è la quantità di spesa a stabilire ogni aumento
del carico fiscale e la spesa cresce inarrestabilmente. Non aiutano
poi certamente né il fatto che il gettito tributario si componga di mille
diversi balzelli, né la loro complessità e il costante mutare delle regole
del gioco. Dalla legge “Sella” nel 1871 fino a Thaon Di Revel, da Vanoni
nel dopoguerra fino a Preti, e poi giù giù fino a Visco e ai giorni nostri,
tutti hanno voluto riordinare finendo quasi sempre per complicare. Le
imposte in Italia, oltre a essere avvertite come eccessive dai cittadini,
hanno condizionato la crescita dell’economia.
Una delle ragioni cruciali della nostra crisi (e della crisi europea
entro cui essa si colloca) è da individuare proprio nell’espansione
del prelievo fiscale.
Se non si riuscirà a invertire il processo in atto, questo crescente
spostamento di risorse dal settore privato al settore pubblico è
destinato a mettere in grave crisi l’intera società occidentale. Nel
corso della storia sono numerose le società fallite a causa di una
tassazione abnorme: deve allora farci riflettere il fatto che nel corso
del ventesimo secolo, nonostante il massiccio ricorso all’indebitamento
e all’espansione monetaria, la tassazione abbia raggiunto
livelli sempre più alti e sia aumentata mediamente di cinque volte
nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Questa impennata della pressione fiscale nei Paesi europei è
stata resa possibile dalla formidabile crescita economica conosciuta
in questa fase storica. Livelli di prelievo che sarebbero stati considerati
insopportabili da una società povera e senza alcuna capacità
di sviluppo sono stati accettati, senza troppe reazioni, nelle fasi di
boom ed espansione. Oggi le cose sono cambiate. Il nostro Paese ha
uno dei sistemi tributari più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione
fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema
amministrativo è barocco, confuso e costoso in termini di tempo e
risorse. E, soprattutto, lo Stato spende male.
Nel nostro Paese questa dilatazione del prelievo tributario ha
raggiunto livelli elevati, soprattutto negli ultimi venticinque anni, così
che oggi la situazione è divenuta insostenibile. Dal 2005 al 2015 la
pressione fiscale (apparente) è salita di 4 punti percentuali, passando
dal 39% al 43%. In Europa questo è un primato. Nessuno è cresciuto
come noi: i tedeschi hanno visto aumentare la pressione fiscale su
Pil di non più di un punto percentuale, spagnoli e inglesi l’hanno
ridotta. Il maggior peso per gli italiani è stato di decine di miliardi
e questo spiega in parte le difficoltà delle famiglie e di un sistema
produttivo in cui troppe aziende chiudono o subiscono significative
contrazioni. La pressione fiscale reale, cioè tenendo in conto del
sommerso che non paga imposte, è oggi in Italia sopra il 50%.
Quando un’economia indietreggia e la pressione fiscale cresce,
è irragionevole attendersi una ripresa.
Vanno ricordati ovviamente anche il cosiddetto cuneo fiscale e la
total tax rate per le imprese. Entrambi ci collocano tra i peggiori Paesi
al mondo. Il nostro costo del lavoro è alto: è noto. Il problema più
rilevante è che una parte eccessiva di quei denari non finisce in tasca
ai lavoratori, ma in tasse. Esattamente il 48,2% nel 2014, contro una
media Ocse del 36%. Una percentuale molto più alta che in Giappone
o Usa, entrambi intorno al 30%, o in Spagna 41% e Olanda (38%.
Quanto alla total tax rate, cioè al carico fiscale complessivo di ogni
tributo compreso che grava sui profitti delle imprese, vale la pena di
citare qualche dato. In Italia è il 65,4% (fonte Doing Business 2015),
in Germania è il 48,8%, nel Regno Unito il 33,7%, in Irlanda il 25,9%.
Un peso obiettivamente eccessivo, che disincentiva l’intrapresa
in Italia e gli investimenti esteri. A peggiorare la situazione si aggiunge
il numero rilevante di adempimenti: un medio imprenditore
italiano ne effettua 15 ogni anno tra Ires, Irap, tasse sugli immobili
e contributi. I versamenti allo Stato per un suo collega tedesco, invece,
sono sei in meno e sette in meno per gli imprenditori inglesi,
spagnoli e francesi. Non è finita, il rapporto annuale della Banca
Mondiale ci segnala che a un medio imprenditore italiano servono
269 ore l’anno per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo
omologo inglese, se vogliamo un’ulteriore tassa. Nel ranking generale
che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale preso nei
suoi vari aspetti (peso, complessità, tempi di pagamento), l’Italia si
classifica tristemente ultima a livello continentale.
Anche la retorica della lotta all’evasione non ha portato a grandi
risultati: gli importi recuperati sono di norma modesti. Per anni una
quota significativa dell’economia è riuscita a sopravvivere in virtù
di una limitata accettazione dell’evasione fiscale e del mercato nero
da parte del sistema tributario; invece che lasciarsi alle spalle simili
logiche con la riduzione della tassazione e il conseguente incentivo
a uscire dall’illegalità, si è preferito reprimere ma senza successo.
In via generale e a ogni passo, sono state ipotizzate riduzioni del
carico fiscale che è invece sempre aumentato. Il risultato è stato
una dilatazione della quota di ricchezza tolta ogni anno a famiglie
e imprese per essere gestita dal settore pubblico.
Spesso le operazioni di riforma del sistema, che talora sono state
annunciate come riduzioni del prelievo, nei fatti hanno finito per
pesare sempre più sui bilanci di famiglie e imprese.
Nel 2014 si è proceduto ad abbassare l’Irpef sui ceti medio-bassi,
ma al tempo stesso è salito il prelievo sugli immobili e sono state
introdotte tasse sul risparmio. Anche le promesse di contrazione
delle tasse nel 2015-2016 paiono tradursi in sostanziali «partite di
giro» con il contribuente: tolgo una gabella, ma ne impongo un’altra.
Eccessivamente oneroso, complesso, colpevole di disincentivare
la libera iniziativa e togliere la voglia di lavorare, il sistema tributario
italiano ha anche un altro grave vizio, che in larga misura spiega come
sia stato possibile giungere al disastro attuale. Si tratta del fatto che il
nostro fisco è troppo spesso occulto. In altre parole, quanti versano soldi
allo Stato non ne hanno sempre consapevolezza piena e in tal modo
non sono in grado di valutare quanto per loro sia oneroso il sistema
tributario attuale. Il prelievo alla fonte e l’imposizione indiretta (l’Iva e
non solo) rappresentano imposizioni fiscali di cui gli italiani sono certo
a conoscenza, ma di cui faticano a valutare il peso. In Italia le imposte
sul risparmio – capital gain, imposte di bollo, Tobin Tax – sono cresciute
di nove miliardi dal 2011 al 2015. Le sole imposte di bollo sui depositi
e strumenti finanziari sono aumentate nel periodo di quattro miliardi.
Nell’affastellarsi di acronimi le imposte complessive sulla casa sono
aumentate dal 2010 al 2014 da 38,5 a oltre 50 miliardi (fonte ImpresaLavoro).
Un incremento non così evidente proprio perché le imposte sono
molte e la legislazione è in costante evoluzione Se però la democrazia
si regge sul principio einaudiano del «conoscere per deliberare», com’è
possibile giudicare politiche e governanti quando non è facile sapere
quale sia stato l’onere che si è dovuto sopportare?
In linea puramente teorica, il rapporto tra Stato e cittadino
dovrebbe reggersi su una chiara definizione di quanto il cittadino
riceve (servizi e beni pubblici) e di quanto egli è chiamato a dare.
Ma l’ordinamento fiscale sembra talora pensato proprio per rendere
poco trasparente la relazione tra potere e società.
Ne conseguono effetti molteplici e perniciosi: la compressione
dei consumi e il disincentivo agli investimenti esteri, in primo luogo.
Ma altre conseguenze sono la scarsa spinta all’innovazione (che non
è certo defiscalizzata) del sistema produttivo, la bassa competitività
delle nostre aziende rispetto a quelle di Paesi esteri con un total tax
rate decisamente inferiore, l’incentivo all’evasione.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia” di Massimo Blasoni