I NAVIGATOR RISCHIANO DI PERDERE LA ROTTA

IL GIORNALE, 14 febbraio 2019

Il nostro Paese non brilla certo per efficienza quanto a formazione e politiche attive per il lavoro. Un esempio è quanto avviene in Friuli Venezia Giulia, una Regione a statuto speciale e per giunta del Nord. Le norme impongono a case di riposo ed ospedali di avere tutto il personale con qualifica di Operatore dei Servizi Sociali. La disposizione è degli ultimi anni e ha imposto a moltissimi lavoratori di acquisire rapidamente il titolo per mantenere il proprio posto di lavoro. Peraltro il settore è in crescita e dunque richiede costantemente un maggior numero di operatori specializzati. Malgrado questo, non vengono indetti dalla Regione – l’unica titolata a farlo – che pochissimi corsi di qualificazione. Solo alcune decine di ambitissimi posti l’anno a fronte di migliaia di domande. Sia chiaro, non è consentito a privati o associazioni di categoria di promuovere autonomamente i corsi. L’effetto paradossale è che da un lato ci sono donne che perdono il loro lavoro per carenza di titoli mentre dall’altro le aziende sono costrette a cercare in altre regioni o all’estero operatori muniti di qualifica.

Questo è solo uno dei tantissimi casi di cervellotica burocrazia italiana. Tra l’altro viene spontaneo supporre che chi rimane senza un’occupazione finirà poi per chiedere il… reddito di cittadinanza. Per trovare lavoro non bastano i Centri per l’impiego, innanzitutto per la carenza di organico: se raffrontati a quelli di Paesi come la Francia e la Germania sono decisamente sottodimensionati. Un dato per tutti: i Centri per l’impiego italiani contano all’incirca 8mila operatori contro i 55mila addetti dell’agenzia pubblica francese Polè Emploi, a fronte di un contesto demografico comparabile. Pensare però che saranno risolutivi i nuovi 10mila navigator, che le disposizioni sul reddito di cittadinanza annunciano, sarebbe un errore. Il matching, l’incontro tra imprese e lavoratori, ha innanzitutto bisogno di una coerenza tra offerta formativa e domanda, che troppo spesso latita. Non basta rafforzare i Centri per l’impiego. Formare un numero adatto di professionisti dell’Information Technology, analisti dei big data, ma anche di progettisti meccanici, tornitori e fresatori specializzati è fondamentale e serve alle aziende e ai lavoratori molto più che ogni forma di sussidio.

Massimo Blasoni
Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

L’ITALIA È SPENDACCIONA MA I SERVIZI SONO SCARSI

LA VERITÀ, 31 Gennaio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma restano un fatto le vistose differenze nella dimensione e nell’andamento della spesa pubblica pro capite consolidata sostenuta nelle varie regioni italiane. I valori fotografati nel Rapporto annuale 2018 della Ragioneria generale dello Stato certificano infatti un abisso tra gli 8.203 euro spesi in Veneto (diminuiti peraltro di 83 euro rispetto all’anno precedente) e i 15.448 spesi in Valle d’Aosta o i 13.431 spesi in Trentino Alto Adige (aumentati rispettivamente di 1.683 e 539 euro rispetto all’anno precedente).

Questo tipo di dato viene ottenuto considerando ogni importo sostenuto in ciascuna regione da qualsivoglia organismo pubblico e tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni Fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi. Tutto, insomma. Nella classifica delle regioni più spendaccione – dopo le già citate Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – seguono Lazio, Friuli Venezia Giulia e Molise. Tra le più parche (a far compagnia a Veneto e Lombardia) ci sono invece Puglia, Emilia Romagna, Marche e Sicilia.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra Regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio.

Dal trasporto pubblico ai servizi postali, troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’ area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali. Ci sono regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

LE TASSE

di Massimo Blasoni

Il funzionamento dello Stato rende necessario il pagamento delle tasse,
che non sono avvertite come pregiudizialmente ingiuste se la sensazione
è quella di un’equa controprestazione in servizi di interesse collettivo:
strade, sicurezza, scuole. Si può discettare di quanto ampia debba essere
la platea di questi servizi e in che misura competano allo Stato (per chi
scrive – come si chiarirà in seguito – si tratta in ogni caso di servizi
acquistati dallo Stato sul mercato e non direttamente prodotti)), ma
questo cedere una parte della propria libertà (qui intesa come una parte
delle risorse prodotte con il proprio lavoro) e il demandarne l’utilizzo
ai propri rappresentanti eletti, in democrazia, è la norma. Il tema si
complica quando l’entità delle tasse è eccessiva e quando viene avvertita
come sperequata rispetto all’efficienza dei servizi. Di più, quando la
leva fiscale viene utilizzata in parte rilevante per spese ritenute inutili o
per nutrire l’apparato stesso delle istituzioni. Un’avversione che cresce
ancor più quando le imposte servono a sanare i deficit di fallimentari
avventure imprenditoriali di Stato (da Montedison ad Alitalia) o quando
si costruiscono strade al doppio del loro costo oppure opere di scarso
interesse, a inseguire la vanagloria del governante di turno quando non
più privati interessi. La tassazione rischia di diventare il cuore pulsante
di una sorta di religione civile. Una statolatria che vede il cittadino
privato del diritto a una controprestazione puntuale (il sinallagma tra
imposta e specifico servizio non c’è). Le aliquote fiscali non sono l’espressione
di una tassazione ritenuta equa sulla cui base commisurare
la spesa pubblica. All’opposto, è la quantità di spesa a stabilire ogni aumento
del carico fiscale e la spesa cresce inarrestabilmente. Non aiutano
poi certamente né il fatto che il gettito tributario si componga di mille
diversi balzelli, né la loro complessità e il costante mutare delle regole
del gioco. Dalla legge “Sella” nel 1871 fino a Thaon Di Revel, da Vanoni
nel dopoguerra fino a Preti, e poi giù giù fino a Visco e ai giorni nostri,
tutti hanno voluto riordinare finendo quasi sempre per complicare. Le
imposte in Italia, oltre a essere avvertite come eccessive dai cittadini,
hanno condizionato la crescita dell’economia.
Una delle ragioni cruciali della nostra crisi (e della crisi europea
entro cui essa si colloca) è da individuare proprio nell’espansione
del prelievo fiscale.
Se non si riuscirà a invertire il processo in atto, questo crescente
spostamento di risorse dal settore privato al settore pubblico è
destinato a mettere in grave crisi l’intera società occidentale. Nel
corso della storia sono numerose le società fallite a causa di una
tassazione abnorme: deve allora farci riflettere il fatto che nel corso
del ventesimo secolo, nonostante il massiccio ricorso all’indebitamento
e all’espansione monetaria, la tassazione abbia raggiunto
livelli sempre più alti e sia aumentata mediamente di cinque volte
nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Questa impennata della pressione fiscale nei Paesi europei è
stata resa possibile dalla formidabile crescita economica conosciuta
in questa fase storica. Livelli di prelievo che sarebbero stati considerati
insopportabili da una società povera e senza alcuna capacità
di sviluppo sono stati accettati, senza troppe reazioni, nelle fasi di
boom ed espansione. Oggi le cose sono cambiate. Il nostro Paese ha
uno dei sistemi tributari più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione
fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema
amministrativo è barocco, confuso e costoso in termini di tempo e
risorse. E, soprattutto, lo Stato spende male.
Nel nostro Paese questa dilatazione del prelievo tributario ha
raggiunto livelli elevati, soprattutto negli ultimi venticinque anni, così
che oggi la situazione è divenuta insostenibile. Dal 2005 al 2015 la
pressione fiscale (apparente) è salita di 4 punti percentuali, passando
dal 39% al 43%. In Europa questo è un primato. Nessuno è cresciuto
come noi: i tedeschi hanno visto aumentare la pressione fiscale su
Pil di non più di un punto percentuale, spagnoli e inglesi l’hanno
ridotta. Il maggior peso per gli italiani è stato di decine di miliardi
e questo spiega in parte le difficoltà delle famiglie e di un sistema
produttivo in cui troppe aziende chiudono o subiscono significative
contrazioni. La pressione fiscale reale, cioè tenendo in conto del
sommerso che non paga imposte, è oggi in Italia sopra il 50%.
Quando un’economia indietreggia e la pressione fiscale cresce,
è irragionevole attendersi una ripresa.
Vanno ricordati ovviamente anche il cosiddetto cuneo fiscale e la
total tax rate per le imprese. Entrambi ci collocano tra i peggiori Paesi
al mondo. Il nostro costo del lavoro è alto: è noto. Il problema più
rilevante è che una parte eccessiva di quei denari non finisce in tasca
ai lavoratori, ma in tasse. Esattamente il 48,2% nel 2014, contro una
media Ocse del 36%. Una percentuale molto più alta che in Giappone
o Usa, entrambi intorno al 30%, o in Spagna 41% e Olanda (38%.
Quanto alla total tax rate, cioè al carico fiscale complessivo di ogni
tributo compreso che grava sui profitti delle imprese, vale la pena di
citare qualche dato. In Italia è il 65,4% (fonte Doing Business 2015),
in Germania è il 48,8%, nel Regno Unito il 33,7%, in Irlanda il 25,9%.
Un peso obiettivamente eccessivo, che disincentiva l’intrapresa
in Italia e gli investimenti esteri. A peggiorare la situazione si aggiunge
il numero rilevante di adempimenti: un medio imprenditore
italiano ne effettua 15 ogni anno tra Ires, Irap, tasse sugli immobili
e contributi. I versamenti allo Stato per un suo collega tedesco, invece,
sono sei in meno e sette in meno per gli imprenditori inglesi,
spagnoli e francesi. Non è finita, il rapporto annuale della Banca
Mondiale ci segnala che a un medio imprenditore italiano servono
269 ore l’anno per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo
omologo inglese, se vogliamo un’ulteriore tassa. Nel ranking generale
che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale preso nei
suoi vari aspetti (peso, complessità, tempi di pagamento), l’Italia si
classifica tristemente ultima a livello continentale.
Anche la retorica della lotta all’evasione non ha portato a grandi
risultati: gli importi recuperati sono di norma modesti. Per anni una
quota significativa dell’economia è riuscita a sopravvivere in virtù
di una limitata accettazione dell’evasione fiscale e del mercato nero
da parte del sistema tributario; invece che lasciarsi alle spalle simili
logiche con la riduzione della tassazione e il conseguente incentivo
a uscire dall’illegalità, si è preferito reprimere ma senza successo.
In via generale e a ogni passo, sono state ipotizzate riduzioni del
carico fiscale che è invece sempre aumentato. Il risultato è stato
una dilatazione della quota di ricchezza tolta ogni anno a famiglie
e imprese per essere gestita dal settore pubblico.
Spesso le operazioni di riforma del sistema, che talora sono state
annunciate come riduzioni del prelievo, nei fatti hanno finito per
pesare sempre più sui bilanci di famiglie e imprese.
Nel 2014 si è proceduto ad abbassare l’Irpef sui ceti medio-bassi,
ma al tempo stesso è salito il prelievo sugli immobili e sono state
introdotte tasse sul risparmio. Anche le promesse di contrazione
delle tasse nel 2015-2016 paiono tradursi in sostanziali «partite di
giro» con il contribuente: tolgo una gabella, ma ne impongo un’altra.
Eccessivamente oneroso, complesso, colpevole di disincentivare
la libera iniziativa e togliere la voglia di lavorare, il sistema tributario
italiano ha anche un altro grave vizio, che in larga misura spiega come
sia stato possibile giungere al disastro attuale. Si tratta del fatto che il
nostro fisco è troppo spesso occulto. In altre parole, quanti versano soldi
allo Stato non ne hanno sempre consapevolezza piena e in tal modo
non sono in grado di valutare quanto per loro sia oneroso il sistema
tributario attuale. Il prelievo alla fonte e l’imposizione indiretta (l’Iva e
non solo) rappresentano imposizioni fiscali di cui gli italiani sono certo
a conoscenza, ma di cui faticano a valutare il peso. In Italia le imposte
sul risparmio – capital gain, imposte di bollo, Tobin Tax – sono cresciute
di nove miliardi dal 2011 al 2015. Le sole imposte di bollo sui depositi
e strumenti finanziari sono aumentate nel periodo di quattro miliardi.
Nell’affastellarsi di acronimi le imposte complessive sulla casa sono
aumentate dal 2010 al 2014 da 38,5 a oltre 50 miliardi (fonte ImpresaLavoro).
Un incremento non così evidente proprio perché le imposte sono
molte e la legislazione è in costante evoluzione Se però la democrazia
si regge sul principio einaudiano del «conoscere per deliberare», com’è
possibile giudicare politiche e governanti quando non è facile sapere
quale sia stato l’onere che si è dovuto sopportare?
In linea puramente teorica, il rapporto tra Stato e cittadino
dovrebbe reggersi su una chiara definizione di quanto il cittadino
riceve (servizi e beni pubblici) e di quanto egli è chiamato a dare.
Ma l’ordinamento fiscale sembra talora pensato proprio per rendere
poco trasparente la relazione tra potere e società.
Ne conseguono effetti molteplici e perniciosi: la compressione
dei consumi e il disincentivo agli investimenti esteri, in primo luogo.
Ma altre conseguenze sono la scarsa spinta all’innovazione (che non
è certo defiscalizzata) del sistema produttivo, la bassa competitività
delle nostre aziende rispetto a quelle di Paesi esteri con un total tax
rate decisamente inferiore, l’incentivo all’evasione.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

NIENTE RIPARTENZA SE LE AZIENDE RESTANO A SECCO

LIBERO, 3 Gennaio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le bariche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione.

La conclusione del Quantitative Easing, con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bee: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa.

Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

LA SPESA PUBBLICA

di Massimo Blasoni

Il livello alto e soprattutto poco produttivo della nostra spesa è un
fatto assodato. È pletorico ricordare le diecimila sedi ministeriali o i
costi di un sistema pensionistico troppo generoso nel passato e di un
esorbitante impiego pubblico. Non serve rammentare la sua crescita
inarrestabile dal dopoguerra a oggi e la sequela di sprechi di cui la
maggioranza di noi ha di norma un’esperienza diretta. Tanto per dare
un’idea il rapporto tra spesa e pil era del 31% nel 1937 e rimase stabile
nei decenni successivi arrivando a superare la soglia del 40% solo alla
fine degli anni ’70. Il rapporto crebbe ancora negli anni successivi e la
spesa arrivò a rappresentare il 50% dell’intero prodotto interno lordo.
Al di là dell’enorme dimensione della spesa, quello che va rimarcato è
l’incapacità italiana di porre un freno al suo incremento malgrado la
grave crisi. La spesa pubblica aumenta in Italia in rapporto al pil dal
47,8% del 2008 al 51,1% del 2014: un balzo in avanti, durante la crisi,
di 3,3 punti percentuali e superiore alla media dei Paesi dell’Unione
Europea (+1,6%). La Spagna fa meglio di noi (+2,5%) e la Germania
rimane sostanzialmente stabile. Scende invece il Regno Unito che
riesce a tagliare la sua spesa di 2,2 punti percentuali sul pil. Questi
dati tengono conto degli interessi sul debito perché se il riferimento
fosse alla spesa primaria si dovrebbe rilevare che siamo tra i pochissimi
in Europa che la vedono in aumento. Se poi dalle percentuali
sul pil passiamo ai valori assoluti ci accorgiamo che la nostra spesa
è passata da 780 miliardi nel 2008 agli 826 del 2014. Colpisce che vi
sia incremento, malgrado gli investimenti scendano. Insomma cresce
molto la parte corrente (stipendi, pensioni, acquisto di beni e servizi)
e si riduce invece quella per investimenti (strade, infrastrutture). In
questo stesso periodo l’Italia ha tagliato del 30% la spesa pubblica per
investimenti, che è passata dai 54,2 miliardi ai 38,3 dello scorso anno.
Mentre Germania e Francia sono rimaste stabili (con una contrazione
rispettivamente dello 0,1% e dello 0,3%). Dunque spendiamo di più
per la gestione corrente che per ammodernare il Paese e, anzi, i costi
pubblici crescono malgrado il forte taglio degli investimenti.
Pare interessante capire anche quali voci di spesa aumentino e
quali si riducano. Dal 2008 al 2014 – il periodo di riferimento – si
è tagliata la spesa per l’istruzione di sei miliardi (da 71 a 65) che invece nell’area euro è cresciuta. Si è anche ridotta di 1,8 miliardi la
spesa per la cultura, mentre sono salite quelle per la salute e per la
sicurezza. In crescita anche la spesa per le politiche sociali (+30%
gli invalidi civili) e quella per le pensioni e per l’impiego pubblico.
Il confronto con Paesi come il Regno Unito è impietoso. Lì la spesa
pubblica primaria è stata effettivamente ridotta. E i livelli di crescita
sono decisamente superiori ai nostri.
Il governo di David Cameron ha ridotto tra il 2010 e il 2013 la
spesa di una quantità che, tradotta in termini italiani, equivale a 16
miliardi di euro l’anno. In un triennio sono quasi 50 miliardi di minori
spese. Oggi l’economia britannica, nonostante sia stata colpita da una
crisi finanziaria più grave di quella che ha investito l’Italia, cresce tra il
2 e il 3% annuo. In Italia la crescita non ha superato lo 0,9% nel 2015.
Da noi la spending review è rimasta nel cassetto. Prima i dieci
incaricati da Padoa-Schioppa, poi nel 2012 Enrico Bondi, poi Piero
Giarda per arrivare con il governo Letta a Carlo Cottarelli e ora a Yoram
Gutgeld e a Roberto Perotti con Renzi Presidente del Consiglio. I
commissari alla revisione della spesa sono stati molteplici negli ultimi
anni, ma i risultati sono ben scarsi. Ovvero nulli, almeno a vedere il
segno «più» sui dati di bilancio alla voce uscite. Cottarelli stimò una
possibile contrazione strutturale dei costi (cioè durevole nel tempo)
in 42,8 miliardi annui. Un obiettivo certamente ambizioso. Se si fosse
avuto, più modestamente, un andamento della spesa primaria pari
a quello della media della zona euro dal 2010 a oggi, il risparmio
sarebbe quest’anno di una trentina di miliardi. L’Italia invece, pur la
più indebitata, ha visto crescere i propri costi. E non di poco. Perché
in Italia è tanto difficile ridurre la spesa? Il vero motivo risiede nel
grande spazio che Stato, regioni e comuni, in una parola la politica,
occupano nell’economia nazionale. Fintanto che quello spazio non
verrà drasticamente ridotto, la spesa potrà essere contenuta, ma non
scenderà abbastanza da consentire il taglio significativo delle tasse.
Lo Stato che spende non brilla affatto per oculatezza e se la spesa
è improduttiva non genera effetti moltiplicatori. Quegli stessi denari
in mano a famiglie e imprese, di norma, sarebbero invece un volano
per l’economia perché spesi meglio e più rapidamente. Pensandoci,
non è infondata la massima di Friedman: «Quando spendi i tuoi
soldi per te, usi la massima attenzione; quando spendi i tuoi soldi per gli altri, stai attento a quanto spendi, ma non alla qualità di cosa
compri; quando spendi i soldi degli altri per te, stai attento a cosa
compri, ma non a quanto spendi; quando infine spendi i soldi degli
altri per gli altri, spesso non ti interessa né cosa compri né quanto
spendi». Come spesso avviene quando a comprare è lo Stato.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni