Politiche disattive

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia

Anche dopo le modifiche subite dall’articolo 18 in fin dei conti siamo ancora fermi a un’impostazione fordista che immagina un sistema teso alla piena occupazione e grandi fabbriche in cui i lavoratori (operai, impiegati o quadri, poco importa) entrano giovanissimi per uscire soltanto al raggiungimento dell’età della pensione. È il mito della job property, del posto fisso, del lavoro a tempo indeterminato, otto ore al giorno, per tutta la vita nello stesso luogo fisico. Non è più così e sarebbe utile prenderne atto. È cambiato l’assetto sociale del nostro Paese: ci sono più laureati, la manifattura è in crisi, la rete ha «inventato» dal nulla nuovi lavori e permesso la modernizzazione di altri, esiste il telelavoro, la monocommittenza non è più un dogma e, come accade in molti Paesi occidentali, è utile che le persone si abituino a perdere il lavoro e, auspicabilmente, a trovarne un altro. A cambiare, insomma, cercando di migliorarsi, ad apprendere continuamente, restare occupate o occupabili.
In Italia, larga parte del mondo sindacale e del mondo politico sono sempre ancorati alla concezione che punta a difendere il posto di lavoro più che il lavoratore. Come se le fabbriche ci fossero sempre state e dovranno esserci sempre, quasi fossero icastici monumenti da tutelare dinanzi allo scorrere del tempo.
Invece non sarà più così: le fabbriche che producono telefoni fissi diminuiranno, mentre cresceranno gli stabilimenti che assembleranno cellulari e tablet. Questo significa che non si potrà sic et simpliciter difendere il posto di lavoro di chi produceva cose che non servono più, ma occorrerà garantire a quei lavoratori la possibilità di essere di nuovo, potenzialmente, riassumibili da qualcuno. Per fare questo esistono le cosiddette «politiche attive», ovvero quell’insieme di azioni mirate alla formazione e al sostegno dei soggetti alla ricerca di una collocazione lavorativa.
Anche qui – non per essere esterofili, ma volendo comparare la nostra condizione a quella dei vicini di casa – dobbiamo dire che siamo agli ultimi posti delle classifiche: spendiamo per questa voce circa cinque miliardi di euro ogni anno, contro i 14 della Germania e i 16 della Francia. E questo fa sì che l’occupazione giovanile in Italia sia di sette punti percentuali inferiore alla Francia e di otto alla Germania, dal momento che i giovani tedeschi che alternano formazione (o studio) e lavoro sono cinque volte quelli italiani. Le politiche attive sono concettualmente l’esatto contrario del sussidio, che consiste in un beneficio economico erogato senza che vi sia, accanto, un servizio accessorio di formazione o di aiuto alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. Da noi la percentuale di risorse spese in sussidi sul totale della spesa per politiche di sostegno all’occupazione è il doppio della media europea e questo riflette un atteggiamento culturale decisamente arretrato. Il nostro sistema è dunque pensato e modellato su «situazioni tipo» che non esistono più. Venti o trent’anni fa un’azienda poteva subire un breve periodo di crisi dovuto a fattori spesso esogeni e il sistema pubblico degli ammortizzatori sociali correva in soccorso dei lavoratori con la Cassa integrazione guadagni, la quale assicurava un beneficio monetario a quei soggetti che in via temporanea erano sospesi dall’attività lavorativa. Passata la crisi, la Cassa veniva sospesa e il soggetto ritornava attivo. In un periodo come questo, le aziende che vivono crisi passeggere sono sempre meno e i periodi di sospensione dal lavoro sono ogni volta prodromici alla chiusura degli stabilimenti o al loro trasferimento presso mercati più appetibili. Il risultato è che la Cassa integrazione guadagni funziona ancor oggi come uno strumento di accanimento terapeutico: si spendono molti soldi auspicando una ripartenza che non ci sarà e si chiudono gli occhi davanti al fatto che quei lavoratori andrebbero riconvertiti attraverso processi di riqualificazione formativa, mentre quelle stesse aziende potrebbero forse esse stesse essere accompagnate in un processo di trasformazione in grado di scongiurare la chiusura. Ma, come ben sa chi vive la trincea del lavoro, la rigidità genera rigidità. E così a un impianto normativo rigido e poco incline ai cambiamenti corrisponde, quantunque in parte modificato, un uguale sistema di ammortizzatori sociali: molto costoso, inefficace e poco orientato ai bisogni di lavoratori e aziende.

Massimo Blasoni