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NIENTE RIPARTENZA SE LE AZIENDE RESTANO A SECCO

LIBERO, 3 Gennaio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le bariche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione.

La conclusione del Quantitative Easing, con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bee: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa.

Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

E i “piccoli” pagano il conto

Dirigenti disinvolti o non all’altezza hanno contribuito alla crisi delle nostre Banche, che hanno perso nell’ultimo decennio una quota rilevante del loro valore e della loro credibilità. Così mentre in altri Paesi affluivano risorse che si trasformavano in prestiti, da noi c’era la restrizione del credito per piccole imprese e artigiani; non però per gli amici a cui si è concesso di tutto senza che poi restituissero. E mentre c’erano Banche che valutando le proprie azioni cento volte il loro valore reale acquistavano jet privati, famiglie ed imprese soffrivano.
Il nostro studio su Panorama di questa settimana.

 

di Massimo Blasoni

Le tasse, malattia italiana: curiamola e ci salveremo

Due anni fa era venuto a trovarmi un giovane friulano intenzionato a fare l’imprenditore. Un ottimista pieno di volontà con un’idea commerciale mica male. Ho saputo che, purtroppo, ha chiuso. Gli ho telefonato per sapere il perchè. Aveva assunto l’unico dipendente con qualche giorno di ritardo e questo ha fatto scattare causa di lavoro e sanzioni, poi la cartella esattoriale. I clienti pagavano in ritardo e nel secondo anno il meccanismo pazzesco dei saldi e acconti sulle tasse (le imprese, anche le più piccole, diventano un po’ banca per lo Stato) ha finito per metterlo in crisi. Le banche, ovviamente, non c’hanno pensato un secondo a chiudergli tutti gli affidamenti. Così oggi abbiamo un disoccupato in più ed un imprenditore in meno. Tenere le tasse a zero almeno i primi 3 anni faciliterebbe l’avvio di nuove imprese, ma lo Stato è avido di risorse.
Il mio intervento su Il Giornale

di Massimo Blasoni

 

I nostri soldi per salvare le banche

I 20 miliardi spesi dal governo per salvare Monte Paschi e le altre banche sono soldi presi dalle tasche di tutti noi. Questo deve essere chiaro. Certo era necessario salvare l’istituto per evitare il panico, ma occorre ricordare che se si fosse agito un anno fa il conto sarebbe stato molto meno salato. Offende pensare che ci sono centinaia di artigiani e piccoli imprenditori che “saltano” perché le banche rispondono no alle richieste di credito. Quelle stesse banche, controllate dai partiti, che imprestano il denaro agli amici e senza garanzie. Il mio intervento su Libero di ieri.

di Massimo Blasoni

Così le banche fanno business

Il mio editoriale di oggi su Metro.

metro 14 aprile 2015