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Sindacato, giustizia, università

di Massimo Blasoni

Sindacato, magistratura e università rappresentano ruoli e funzioni
imprescindibili nella società. La tutela dei lavoratori, la garanzia di
una giustizia basata sulla «terzietà» di chi l’amministra e la «conoscenza
» aperta a larghi strati della popolazione sono conquiste
relativamente recenti, sicuramente irrinunciabili. Ciò malgrado, oggi
in Italia percepiamo, non del tutto a torto, questi ambiti anche come
centri di potere, qualche volta autoreferenziali e certo poco inclini
a vedere riformato il proprio ruolo in considerazione del mutare
dei tempi. Peraltro, poco o per nulla disponibili ad accettare una
verifica sulla propria efficienza.



SINDACATO


Il legittimo proposito di garantire tutela ai lavoratori si è via via
trasformato nel nostro Paese in qualcos’altro. Le battaglie sindacali
del primo Novecento e i moschetti di Bava Beccaris o le lotte dei braccianti del Mezzogiorno contro i latifondisti non hanno nulla a
che vedere con le pensioni baby. Le tutele giuste e progressivamente
più forti sino agli anni Novanta si sono trasformate in qualcosa di
diverso. Qualche volta in una sorta di privilegio. Tutto questo fino
al paradosso di concertazioni tra sindacato e grandi imprese che
non tenevano in nessun conto le compatibilità economiche, ma si
risolvevano in semplici accordi politici. La produttività è costantemente
scesa nel confronto con gli altri Paesi europei e il solco tra
giovani e «vecchi» lavoratori si è via via allargato.
In tema di minor competitività delle imprese, e dunque del Paese,
sono molte le responsabilità dei nostri imprenditori e questo si
riflette sull’occupazione. La produttività e l’occupazione, però, non
sono facilitate dal sindacato che in Italia non brilla certamente per
flessibilità. Non solo, con diverse sfumature, i sindacati sono divenuti
una sorta di corpo dello Stato che accanto alla legittima difesa dei
lavoratori ha dimostrato di impegnare buona parte dei propri sforzi
nella difesa di rendite di posizione e di privilegi (non dissimili da
quelli della politica) dei propri esponenti.
In Italia, le società di mutuo soccorso di fine Ottocento contribuirono
senz’altro a che i diversi governi prestassero maggiore
attenzione al miglioramento delle condizioni lavorative degli operai.
Grazie sostanzialmente alla loro pressione, il ministro degli Interni
Giovanni Giolitti estese le norme che limitavano il lavoro femminile
e minorile, dichiarò lo sciopero un atto accettabile, istituì il
Consiglio superiore del lavoro. Da allora, nel nostro Paese la storia
del sindacalismo è proseguita tra alti e bassi, vittorie e sconfitte.
Camere del lavoro e leghe contadine furono costrette a sciogliersi
durante la dittatura fascista per lasciar posto alla sola Confederazione
dei sindacati fascisti. Il 9 giugno 1944 il Comitato di liberazione
nazionale, siglando il Patto di Roma, sancì l’atto costitutivo della
Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil). Con la caduta
del regime fascista furono ripristinate le libertà sindacali, che nel
1950 portarono alla nascita di Cisl, Uil e Cisnal. Nel maggio del
1970 venne introdotto lo Statuto dei lavoratori, in gran parte condivisibile,
che riconosceva la libera manifestazione del pensiero,
la libera organizzazione sindacale, nuove norme per la tutela della
salute e dell’integrità fisica, per i permessi retribuiti, per favorire il lavoro dei giovani. Il movimento sindacale ha fatto molto di buono
nel corso della sua storia. Ciò detto, con la crisi dei primi anni Ottanta
le diverse sigle sindacali si sono trovate sempre più spesso in
disaccordo su come affrontare le questioni sul tavolo, portando a
lacerazioni che assai di rado hanno fatto gli interessi dei lavoratori.
E la difesa di lavoratori «deboli» si è talora trasformata in eccessi.
Negli ultimi tempi non si sono evolute le posizioni, talora retrive,
della Cgil e di altre sigle e non si è del tutto compreso che la
difesa dei diritti deve essere coniugata con la possibilità economica
di garantirli. E che solo la produttività e la competitività dell’impresa
possono creare nuovo lavoro.
Rispetto ai principali Paesi nostri concorrenti nel mondo, negli
anni Settanta l’Italia era al primo posto per crescita della produttività
nell’industria. Negli anni Duemila ci troviamo in fondo alla classifica
e qualche colpa è certo anche del sindacato. Nel decennio 1970-
1979, l’output per ora lavorata (valore aggiunto al costo dei fattori)
del settore manifatturiero era cresciuto in Italia in media del 6,5%
all’anno, meglio che in Giappone (5,4%), Olanda (5,2%), Francia e
Germania (intorno al 4%), Stati Uniti (2,7%) e Regno Unito (2,4%).
Negli anni Ottanta l’Italia era scivolata in coda, dimezzando il
ritmo precedente (dal 6,5% al 3,2%). Negli anni Novanta la leadership
fu conquistata dagli Stati Uniti (4,3% l’anno), mentre l’Italia
continuava a rallentare (2,6%). Ma è nel primo decennio del Duemila
che la produttività nel nostro Paese precipita a un misero 0,4% in
media l’anno, contro l’1,8% della Germania e il 2,5% della Francia.
E meglio di noi ha fatto anche la Spagna (1,5%).
Non si tratta di sostenere tesi a senso unico e l’attività sindacale è
sacrosanta. Tuttavia, risulta difficile non vedere nel sindacato anche
un’altra casta, spesso un freno. Una realtà che costa allo Stato, e cioè
a noi, ben 136 milioni di euro l’anno per i soli distacchi sindacali
nel settore pubblico. Esclusi i permessi, perché se fossero contabilizzati,
la cifra aumenterebbe. E questo perché ben 2.233 dipendenti
pubblici, esclusi i dirigenti, svolgono attività sindacale. Si tratta di
un’attività non di rado a tempo pieno e questi lavoratori devono
essere sostituiti nello svolgimento delle loro mansioni.
Sono circa 700.000 i lavoratori (il 4% del totale) che godono di
permessi retribuiti per questioni sindacali e che consumano non meno di un milione di giornate lavorative. Certo l’attuale legislazione
sta contraendo questi numeri, ma solo parzialmente. Oggi
la sfida consiste nella necessità di conciliare la flessibilità richiesta
dagli imprenditori con la tutela, sacrosanta, dei diritti dei lavoratori.
Non si tratta di fare gli ultraliberisti. Tuttavia, per crescere le
nostre aziende hanno bisogno di un mercato del lavoro flessibile,
di elasticità contrattuale e di un sindacato non necessariamente antagonista.
Possiamo girarci in tondo ed edulcorare il concetto, ma
vi sono situazioni in cui è necessario licenziare, premiare il merito
(sempre) o lavorare di più (talvolta). Il lavoratore deve essere tutelato
con ammortizzatori, attività di formazione ed efficienti servizi di job
placement, non certo rendendolo illicenziabile e facendo gravare
i costi dell’azienda, magari decotta, sulla collettività. Se vi saranno
maggiori condizioni di libertà, nasceranno nuove aziende e si
creeranno nuovi posti di lavoro. Secondo gli indicatori del World
Economic Forum, la nostra produttività è frenata anche dai complessi
rapporti sindacali, che rendono difficile assumere, premiare
il merito e, talvolta, complicano le stesse relazioni tra imprenditore
e lavoratore.
Se l’impresa chiude, non ci sono diritti da garantire. Gli enormi
sacrifici in tema di pensioni chiesti agli italiani di oggi sono figli
delle pensioni baby di ieri. E, inoltre, si allarga il solco tra lavoratori
con maggiori o minori tutele. Quello stesso solco che, se vogliamo,
esiste tra giovani e vecchi nel mondo del lavoro. Il Paese non può
vivere di flessibilità, ma il sistema produttivo non può nemmeno
morire di immobilismo, di immodificabilità e le riforme che si sono
adottate nell’ultimo periodo certo non bastano. Su questi temi il
sindacato non è sembrato al passo con i tempi. Va chiarito anche
un altro aspetto. In Italia il problema non è stato prioritariamente
non poter licenziare durante la crisi, ma non poter punire un dipendente
svogliato e incapace di lavorare con i colleghi. Nel XXI
secolo l’etica del lavoro dei dipendenti è molto più importante che
nel secolo scorso. In una catena di montaggio non ci sono grandi
differenze tra lavorare bene e lavorare male: i ritmi li danno le
macchine. Ma nell’economia dei servizi l’etica del lavoro diventa
la chiave dell’efficienza: un addetto alle vendite che tratta male un
cliente e una maestra svogliata o poco attenta possono causare danni enormi. L’impossibilità da parte delle aziende italiane di sanzionare
i lavoratori con cattiva performance e premiare quelli meritevoli è
una delle cause della stagnazione della loro produttività. E certo
è questa una colpa da attribuirsi anche al sindacato. Tornando ai
giovani, resta poi il tema di quanto si sentano rappresentati dal
sindacato. I sondaggi, e ancor più la nostra esperienza, ci dicono
che la sensazione collettiva è che i sindacati tendano a rappresentare
solo i pensionati e i lavoratori dipendenti, soprattutto quelli iscritti.
Anche da qui una sfiducia evidente.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni



Massimo Blasoni

MENO STATO

di Massimo Blasoni

Non esistono ricette dirimenti e valide per tutte le stagioni. Tuttavia, preso atto delle storture nostre e del nostro Paese e della necessità di rimboccarci le maniche, è necessario proporre una strada. Privatizziamo!, per chi scrive, in una prospettiva liberale è il primo punto dell’agenda. Le tasse sono passate dal 25% del pil nel 1975 al 50% di oggi perché lo Stato e i suoi apparati sono enormemente cresciuti, e questo ci frena. Giustizia sociale, democrazia, libertà e diritto sono più facilmente garantiti in una società che cresce e produce ricchezza. Non perché l’economia sia l’antecedente della politica, come credono, ad esempio, i marxisti, e tutto si risolva nell’ambito delle relazioni economiche tra gli uomini. Piuttosto nutrendo la convinzione che il lavoro, un’equa retribuzione o sistemi pensionistici e sanitari, universali ed efficienti, non sono garantiti«per decreto», ma sono il pro dotto di un’economia libera e di produttori messi nella condizione di creare ricchezza. Occorre creare le condizioni perché ciò avvenga, non dirigisticamente o con spese e investimenti pubblici enormi, semmai agevolando le condizioni dello sviluppo. Dunque, in politica interna con liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzione delle imposte, minore burocrazia; con interventi autorevoli su temi chiave e trattati internazionali, in politica estera. Questi obiettivi necessitano di una riduzione sostanziale degli apparati e della sfera di azione della pubblica amministrazione. Non un’ Italia senza Stato, ma con uno Stato che legifera e vigila, non che produce e pervasivamente di tutto si occupa. Lo Stato non può, né deve sottrarsi a interventi strategici (infrastrutture, energia, rapporti internazionali), ma la sua azione deve essere solo la cornice all’attività dei privati. Un’economia statizzata e l’onnipresenza della pubblica amministrazione riecheggiano il socialismo reale, mentre il libero dispiegarsi delle relazioni economiche tra cittadini accresce la ricchezza. L’attuale visione, nei fatti monista, impostata su fisco e statolatria, è forse il nostro primo problema.

È necessario, invece, essere dalla parte dei produttori (impresa e lavoratori) e dunque ripensare ogni intervento legislativo e amministrativo, premiando gli interessi della produzione cioè del complesso dell’attività dei singoli italiani. La produzione come stella polare, co- me categoria informatrice, almeno sino all’effettiva uscita dalla crisi, che non è quella odierna, ma quella profonda e di lungo periodo che non sembra ancora esaurita. Questo poiché – come detto – le esigenze di occupazione, welfare e benessere trovano risposta in essa, così la giustizia sociale che non può essere solo astrattamente enunciata, ma necessita di risorse per realizzarsi. Porre al centro la produzione (e dunque l’efficienza) oggi, a giudizio di chi scrive, necessita di una drastica azione con riferimento a:

  1. contrazione delle imposte, finanziata, se necessario, anche in deficit nella prima fase per far fronte all’iniziale minor gettito tributario;
  2. semplificazione legislativa e amministrativa massime;
  3. privatizzazione della stragrande maggioranza delle partecipazioni statali e dei servizi pubblici (della gestione dei servizi e talvolta dei servizi in sé). Per chiarire: dall’università alla sanità, dagli uffici comunali, all’acqua;
  4. drastica riduzione della spesa pubblica;
  5. riduzione del numero degli enti locali, degli enti pubblici, uffici dello Stato e, in complesso, dell’apparato amministrativo con sottrazione all’ambito pubblico di ogni funzione delegabile all’attività privata;
  6. liberalizzazioni;
  7. amplissima flessibilità in uscita ed entrata nel mercato del lavoro, estesa a tutti sia nell’impiego pubblico (fortemente ridotto) sia in quello privato, con ampio margine per le riorganizzazioni;
  1. politiche delle infrastrutture, dell’energia e strategie di sostegno al sistema produttivo;
  2. ridefinizione delle politiche e dei trattati

Si tratta di una ricetta drastica, liberista e nazionale: è chiaro. Mentre la teoria keynesiana ha sempre privilegiato il consumo se- condo logiche sostanzialmente meccanicistiche (illudendosi che fosse sufficiente elargire risorse per mettere in moto lo sviluppo), gli economisti liberali – da Jean-Baptiste Say fino a Joseph Schumpeter e Israel Kirzner – hanno insistito correttamente a più riprese sul ruolo imprescindibile dell’iniziativa imprenditoriale.

Questa economia dell’offerta, basata sull’idea che senza produzione e senza una produzione ispirata dalla ricerca della soddisfazione del pubblico non ci può essere crescita né sviluppo, fu anche alla base della rivoluzione reaganiana degli anni Ottanta. Senza la cosiddetta supply-side economics, che valorizzava appunto il ruolo delle imprese e della creatività del lavoro, non ci sarebbe stata, ad esempio, la Silicon Valley e tutto quello sviluppo di informatica e telematica che ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere e produrre.

Questa strada orientata verso liberalizzazioni e privatizzazioni radicali è ineludibile e, nel contempo, concretamente realizzabile. Nel 2015 si è assistito a tre fenomeni. Primo, il debito pubblico è aumentato di ulteriori decine di miliardi e le serie degli ultimi anni fanno pensare a una progressione inarrestabile. Secondo, il gettito tributario è restato sostanzialmente pari a quello del 2014, malgrado l’incremento della pressione fiscale su cittadini e imprese. Terzo, la crescita non riparte in termini sufficienti e il pil reale è inferiore oggi a quello di 15 anni fa.

Perciò, o si chiudono entrambi gli occhi e si spera in una ripresa generalizzata che ci trascini (ma, va ricordato che, diversamente dall’ Italia, la maggior parte dei Paesi europei ha oggi un PIL reale maggiore di quello precrisi) e si accetta il rischio di un graduale impoverimento, oppure va approvata una ricetta estrema, senza tentennamenti. Porre le istituzioni e gli italiani dalla parte della produzione (essendo ognuno di noi produttore) significa pensare che le idee e l’efficienza del lavoro, in un contesto fortemente semplificato e con minore presenza dello Stato, sono l’unica possibilità per uscire dal tunnel e lasciare uno spazio alle speranze dei nostri figli.

– tratto da Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia- di Massimo Blasoni 

Non è un Paese per giovani

Sono veramente troppi i ragazzi Italiani che se ne vanno all’estero. Sessantamila l’anno scorso, la metà laureati. Per la maggior parte non si tratta di una scelta ma dell’unico modo per fare ricerca o trovare un lavoro adeguato. Più della metà dei nostri giovani pensa che non riuscirà a raggiungere le condizioni sociali dei propri genitori e che difficilmente avrà un trattamento pensionistico adeguato. Come dargli torto? Eppure qualche segnale di speranza c’è: centoventimila nuove piccole imprese, aperte da giovani l’anno scorso. Dovranno battersi con la burocrazia e le tortuosità, certo non siamo in California. Ci provano però!! C’è necessità di opportunità più che di aiuti, cioè di quello che gli ultimi governi non hanno saputo dare.
Il mio intervento su Panorama

di Massimo Blasoni

La burocrazia frena la vita delle nostre imprese

La burocrazia nel nostro Paese frena la vita delle nostre imprese e disincentiva le startup. Produrre più lentamente e innovare con difficoltà nell’economia globale comporta meno occupazione e minor benestare per tutti. Al di là dei proclami l’opera di semplificazione langue in Italia, la nostra vita continua ad essere regolata da migliaia di leggi e ogni nostra azione soggiace al benessere di una qualche autorità.Quanti bolli, licenze, permessi hanno costellato la nostra vita? E quante file inutili e funzionari arroganti? Controllare, punire, sanzionare è molto più facile che “fare”. Questo post è dedicato all’Italia che ogni mattina si alza e lavora.
Oggi su “Il Giornale” e l’intervista di Panorama a Padova alla presentazione del mio libro.

http://www.panorama.it/…/massimo-blasoni-linps-e-la-sanita…/

 

il giorn

 

Non culliamoci sull’euro e sul petrolio – Panorama

Quello che il Governo non dice è che, o si trovano 15 miliardi per rispettare gli accordi europei sulla riduzione del deficit o scatterà automaticamente l’aumento dell’Iva nei prossimi mesi.

Quel minimo di ripresa si vanificherebbe per l’aumento di tutti i prezzi. L’unica alternativa è ridurre la spesa pubblica. Ho scritto questo post durante una lunga attesa in un ministero. Guardavano una decina di funzionari che si giravano i pollici, non sapendo che fare. Li paghiamo anche noi, anche questa è spesa pubblica.

Di seguito il mio intervento di questa settimana su Panorama.

panorama 26 marzo 2015