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MENO STATO

di Massimo Blasoni

Non esistono ricette dirimenti e valide per tutte le stagioni. Tuttavia, preso atto delle storture nostre e del nostro Paese e della necessità di rimboccarci le maniche, è necessario proporre una strada. Privatizziamo!, per chi scrive, in una prospettiva liberale è il primo punto dell’agenda. Le tasse sono passate dal 25% del pil nel 1975 al 50% di oggi perché lo Stato e i suoi apparati sono enormemente cresciuti, e questo ci frena. Giustizia sociale, democrazia, libertà e diritto sono più facilmente garantiti in una società che cresce e produce ricchezza. Non perché l’economia sia l’antecedente della politica, come credono, ad esempio, i marxisti, e tutto si risolva nell’ambito delle relazioni economiche tra gli uomini. Piuttosto nutrendo la convinzione che il lavoro, un’equa retribuzione o sistemi pensionistici e sanitari, universali ed efficienti, non sono garantiti«per decreto», ma sono il pro dotto di un’economia libera e di produttori messi nella condizione di creare ricchezza. Occorre creare le condizioni perché ciò avvenga, non dirigisticamente o con spese e investimenti pubblici enormi, semmai agevolando le condizioni dello sviluppo. Dunque, in politica interna con liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzione delle imposte, minore burocrazia; con interventi autorevoli su temi chiave e trattati internazionali, in politica estera. Questi obiettivi necessitano di una riduzione sostanziale degli apparati e della sfera di azione della pubblica amministrazione. Non un’ Italia senza Stato, ma con uno Stato che legifera e vigila, non che produce e pervasivamente di tutto si occupa. Lo Stato non può, né deve sottrarsi a interventi strategici (infrastrutture, energia, rapporti internazionali), ma la sua azione deve essere solo la cornice all’attività dei privati. Un’economia statizzata e l’onnipresenza della pubblica amministrazione riecheggiano il socialismo reale, mentre il libero dispiegarsi delle relazioni economiche tra cittadini accresce la ricchezza. L’attuale visione, nei fatti monista, impostata su fisco e statolatria, è forse il nostro primo problema.

È necessario, invece, essere dalla parte dei produttori (impresa e lavoratori) e dunque ripensare ogni intervento legislativo e amministrativo, premiando gli interessi della produzione cioè del complesso dell’attività dei singoli italiani. La produzione come stella polare, co- me categoria informatrice, almeno sino all’effettiva uscita dalla crisi, che non è quella odierna, ma quella profonda e di lungo periodo che non sembra ancora esaurita. Questo poiché – come detto – le esigenze di occupazione, welfare e benessere trovano risposta in essa, così la giustizia sociale che non può essere solo astrattamente enunciata, ma necessita di risorse per realizzarsi. Porre al centro la produzione (e dunque l’efficienza) oggi, a giudizio di chi scrive, necessita di una drastica azione con riferimento a:

  1. contrazione delle imposte, finanziata, se necessario, anche in deficit nella prima fase per far fronte all’iniziale minor gettito tributario;
  2. semplificazione legislativa e amministrativa massime;
  3. privatizzazione della stragrande maggioranza delle partecipazioni statali e dei servizi pubblici (della gestione dei servizi e talvolta dei servizi in sé). Per chiarire: dall’università alla sanità, dagli uffici comunali, all’acqua;
  4. drastica riduzione della spesa pubblica;
  5. riduzione del numero degli enti locali, degli enti pubblici, uffici dello Stato e, in complesso, dell’apparato amministrativo con sottrazione all’ambito pubblico di ogni funzione delegabile all’attività privata;
  6. liberalizzazioni;
  7. amplissima flessibilità in uscita ed entrata nel mercato del lavoro, estesa a tutti sia nell’impiego pubblico (fortemente ridotto) sia in quello privato, con ampio margine per le riorganizzazioni;
  1. politiche delle infrastrutture, dell’energia e strategie di sostegno al sistema produttivo;
  2. ridefinizione delle politiche e dei trattati

Si tratta di una ricetta drastica, liberista e nazionale: è chiaro. Mentre la teoria keynesiana ha sempre privilegiato il consumo se- condo logiche sostanzialmente meccanicistiche (illudendosi che fosse sufficiente elargire risorse per mettere in moto lo sviluppo), gli economisti liberali – da Jean-Baptiste Say fino a Joseph Schumpeter e Israel Kirzner – hanno insistito correttamente a più riprese sul ruolo imprescindibile dell’iniziativa imprenditoriale.

Questa economia dell’offerta, basata sull’idea che senza produzione e senza una produzione ispirata dalla ricerca della soddisfazione del pubblico non ci può essere crescita né sviluppo, fu anche alla base della rivoluzione reaganiana degli anni Ottanta. Senza la cosiddetta supply-side economics, che valorizzava appunto il ruolo delle imprese e della creatività del lavoro, non ci sarebbe stata, ad esempio, la Silicon Valley e tutto quello sviluppo di informatica e telematica che ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere e produrre.

Questa strada orientata verso liberalizzazioni e privatizzazioni radicali è ineludibile e, nel contempo, concretamente realizzabile. Nel 2015 si è assistito a tre fenomeni. Primo, il debito pubblico è aumentato di ulteriori decine di miliardi e le serie degli ultimi anni fanno pensare a una progressione inarrestabile. Secondo, il gettito tributario è restato sostanzialmente pari a quello del 2014, malgrado l’incremento della pressione fiscale su cittadini e imprese. Terzo, la crescita non riparte in termini sufficienti e il pil reale è inferiore oggi a quello di 15 anni fa.

Perciò, o si chiudono entrambi gli occhi e si spera in una ripresa generalizzata che ci trascini (ma, va ricordato che, diversamente dall’ Italia, la maggior parte dei Paesi europei ha oggi un PIL reale maggiore di quello precrisi) e si accetta il rischio di un graduale impoverimento, oppure va approvata una ricetta estrema, senza tentennamenti. Porre le istituzioni e gli italiani dalla parte della produzione (essendo ognuno di noi produttore) significa pensare che le idee e l’efficienza del lavoro, in un contesto fortemente semplificato e con minore presenza dello Stato, sono l’unica possibilità per uscire dal tunnel e lasciare uno spazio alle speranze dei nostri figli.

– tratto da Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia- di Massimo Blasoni 

Non è un Paese per giovani

Sono veramente troppi i ragazzi Italiani che se ne vanno all’estero. Sessantamila l’anno scorso, la metà laureati. Per la maggior parte non si tratta di una scelta ma dell’unico modo per fare ricerca o trovare un lavoro adeguato. Più della metà dei nostri giovani pensa che non riuscirà a raggiungere le condizioni sociali dei propri genitori e che difficilmente avrà un trattamento pensionistico adeguato. Come dargli torto? Eppure qualche segnale di speranza c’è: centoventimila nuove piccole imprese, aperte da giovani l’anno scorso. Dovranno battersi con la burocrazia e le tortuosità, certo non siamo in California. Ci provano però!! C’è necessità di opportunità più che di aiuti, cioè di quello che gli ultimi governi non hanno saputo dare.
Il mio intervento su Panorama

di Massimo Blasoni

La burocrazia frena la vita delle nostre imprese

La burocrazia nel nostro Paese frena la vita delle nostre imprese e disincentiva le startup. Produrre più lentamente e innovare con difficoltà nell’economia globale comporta meno occupazione e minor benestare per tutti. Al di là dei proclami l’opera di semplificazione langue in Italia, la nostra vita continua ad essere regolata da migliaia di leggi e ogni nostra azione soggiace al benessere di una qualche autorità.Quanti bolli, licenze, permessi hanno costellato la nostra vita? E quante file inutili e funzionari arroganti? Controllare, punire, sanzionare è molto più facile che “fare”. Questo post è dedicato all’Italia che ogni mattina si alza e lavora.
Oggi su “Il Giornale” e l’intervista di Panorama a Padova alla presentazione del mio libro.

http://www.panorama.it/…/massimo-blasoni-linps-e-la-sanita…/

 

il giorn

 

Non culliamoci sull’euro e sul petrolio – Panorama

Quello che il Governo non dice è che, o si trovano 15 miliardi per rispettare gli accordi europei sulla riduzione del deficit o scatterà automaticamente l’aumento dell’Iva nei prossimi mesi.

Quel minimo di ripresa si vanificherebbe per l’aumento di tutti i prezzi. L’unica alternativa è ridurre la spesa pubblica. Ho scritto questo post durante una lunga attesa in un ministero. Guardavano una decina di funzionari che si giravano i pollici, non sapendo che fare. Li paghiamo anche noi, anche questa è spesa pubblica.

Di seguito il mio intervento di questa settimana su Panorama.

panorama 26 marzo 2015

Burocrazia lenta Renzi intervenga – Metro

Il mio editoriale di oggi su Metro:

Metro 25 marzo 2015