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E LA PA RALLENTA ANCORA I PAGAMENTI

L’attività del nostro Centro Studi ImpresaLavoro continua anche d’estate. Provate a non pagare le tasse (ve lo sconsiglio) sono guai. Ma lo Stato paga quando vuole e usa le aziende italiane come se fossero una specie di banca. I ritardi di pagamento dei fornitori dello Stato sono costati l’anno scorso oltre 4 miliardi alle imprese. È ovvio, se vengono pagati in ritardo, un artigiano come una grande azienda debbono andare in banca a farsi anticipare il denaro per pagare i dipendenti. Energia costosa e ritardi sono due dei motivi che rendono difficile la competizione con gli altri Paesi. Questo vuol dire meno posti di lavoro e più povertà.

 

Una promessa non mantenuta

La promessa di Matteo Renzi di ridurre i debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese risale a più di due anni fa. Una promessa come molte altre non mantenuta. Per un’azienda anticipare in banca per mesi i propri crediti verso lo Stato è molto costoso, di più, se si usano le proprie linee di credito per far fronte ai ritardi statali (i propri dipendenti e fornitori vanno pagati) è più complesso trovare risorse per investire o ampliare la produzione. Questa è una di quelle vicende che mettono in evidenza una volta in più il gap che ci separa da Paesi come Germania e Danimarca: lì lo Stato è serio e paga in pochi giorni, da noi passano mesi, se non anni. Chi ci rimette sono sempre gli imprenditori e i loro dipendenti. Il rischio è che definitivamente si rompa il patto di fiducia tra Partite IVA e Stato: se l’imprenditore non paga una qualche tassa alla data prefissata scattano Agenzia delle Entrate, Equitalia e ganasce varie, lo Stato invece paga i propri debiti quando vuole e resta assolutamente impunito. Oggi su Il Giornale.

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Stritolati dal fisco

I cittadini italiani spendono quasi 50 miliardi di Euro l’anno per pagare le tasse sulle loro case. Il 30% in più che nel 2011: 11 miliardi. Una sorta di patrimoniale con cui lo Stato ha fatto cassa stangando il bene rifugio delle famiglie. Sono stati spesi bene i nostri soldi? A vedere quanta inefficienza c’è ancora nella Pubblica Amministrazione direi proprio di no. Queste maggiori tasse, però, hanno contribuito a bloccare il mercato e le nostre case hanno perso anche oltre il 10% del loro valore. Questa settimana su Panorama il servizio del nostro Centro Studi, ripreso anche da TG5 e Repubblica.

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La benzina più cara d’Europa

La benzina in Italia è la più cara tra i grandi paesi europei. Molto più di Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. Il prezzo del petrolio è sceso ma il costo è restato altissimo. Perché? È semplice, perché il costo industriale (prodotto e raffinazione) rappresenta il solo 31% mentre le tasse a favore dello stato sono del 69%!! Lo rileva oggi su Il Giornale, Libero e altri quotidiani il nostro centro studi ImpresaLavoro (grazie Simone Bressan).
Bisogna ridurre lo Stato, troppe tasse e spesa pubblica improduttiva bloccano questo paese.

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Roma scivola sempre più verso Atene

Pur strangolata dal debito pubblico e scossa da una profondissima crisi economica e sociale, la Grecia riesce a battere l’Italia sul fronte del mercato del lavoro e delle tasse sulle imprese. Analizzando le classifiche stilate dal World Economic Forum si scopre infatti che questa occupa nel rank mondiale una posizione migliore della nostra per quanto riguarda l’efficienza generale del mercato del lavoro (è 118esima mentre l’Italia è 136esima), la collaborazione nelle relazioni tra imprese e lavoratore, la flessibilità nella determinazione dei salari, l’efficienza nelle modalità di assunzione e di licenziamento, il legame tra salari e produttività, l’effetto della tassazione sull’incentivo a lavorare, il merito nella scelta delle posizioni manageriali e infine la capacità del sistema sia nel trattenere talenti sia nell’attrarli. Il rapporto “Doing Business 2015” della Banca Mondiale ci svela inoltre che in Grecia il Total TaxRate sulle imprese (49,9%) è nettamente inferiore al nostro (65,4%) e che la Repubblica ellenica si dimostra meno matrigna della nostra per il numero sia degli adempimenti (8 contro 15) sia delle ore impiegate in media ogni anno da ciascuna azienda (193 contro 269) per pagare le imposte. Senza contare che un’impresa greca riscuote poi il suo credito dalla Pa in appena un terzo del tempo sopportato da un’impresa creditrice italiana (49 giorni invece di 144 giorni). Non è tutto. Perdiamo il confronto anche nel comparto cruciale dell’edilizia sia per i giorni necessari a ottenere un permesso di costruzione (233 contro 124) sia per ottenere l’allacciamento dell’energia elettrica (124 contro 62). Tra l’altro, a una media impresa italiana la bolletta energetica costa il 34% in più che non a una media impresa greca: 0,1735 centesimi di euro per Kwh (chilowattora) invece di 0,1298 centesimi di euro per Kwh. Intendiamoci, l’Italia ha fondamentali economici decisamente più solidi di quelli greci. Tuttavia liberare le nostre aziende da un fardello fiscale ormai insostenibile e produrre regole sul lavoro semplici e certe sono due passaggi non più rimandabili, su cui il governo si dovrebbe impegnare maggiormente. Altrimenti il rischio è che Roma scivoli sempre più verso Atene.

Massimo Blasoni, Metro, 3 Luglio 2015