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Cause esterne

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato e liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Oltre alle difficoltà rappresentate da aspetti globali della crisi comuni alle altre imprese occidentali, tra le cause esterne – diremo «italiane », non imputabili agli imprenditori – si possono annoverare la carenza di infrastrutture, la bolletta energica, le difficoltà e gli oneri dell’accesso al credito. A tutto questo bisogna aggiungere il costo dei dipendenti e la rigidità delle norme sul lavoro, l’eccesso di burocrazia e la gravosissima imposizione fiscale. Da non trascurarsi, infine, il controverso tema della moneta unica europea. Infrastrutture efficienti – è del tutto evidente – sono una componente chiave nel processo di internazionalizzazione delle aziende, grandi e piccole. Oggi la sfida di intercettare la domanda estera come vettore di crescita è ineludibile, ma per vincerla è necessario affrontare coerentemente lo svecchiamento infrastrutturale del Paese, dall’energia alla rete informatica, dalla logistica ai trasporti.
Secondo «Il Sole 24 Ore», in Italia un chilometro di Tav costa il quadruplo che in Francia: 62 milioni contro i 16,6 dei francesi, quantunque i tempi di costruzione siano assai più dilatati. Da quanti decenni la Salerno-Reggio Calabria è un cantiere a cielo aperto? I lavori sono iniziati negli anni Sessanta e fino a oggi i suoi circa 400 chilometri sono costati suppergiù 10 miliardi di euro. Ma le opere iniziate, finanziate e rimaste incompiute in Italia sono oltre 550: l’autostrada Roma-Latina, la Ragusa-Catania, la Bari-Matera, solo per fare qualche esempio, assieme a decine di bretelle e tangenziali incompiute. Non si tratta soltanto di costruire più e meglio ma anche, e soprattutto, di meglio collegare tra loro e al sistema europeo le reti esistenti: aeroporti, ferrovie, porti, strade. Per quanto riguarda le infrastrutture energetiche, secondo il World Economic Forum (che ha analizzato il livello di performance delle infrastrutture energetiche in 105 Paesi), l’Italia si piazza al 43esimo posto, tra gli ultimi in Europa. Si scontano il mancato sviluppo di nuove fonti di generazione e nuovi mezzi di approvvigionamento, oltre al mancato completamento del mercato interno dell’energia: armonizzare i criteri di definizione delle tariffe, favorire la concorrenzialità tra gli operatori esistenti, permettere l’ingresso di operatori nuovi. In aggiunta, vi sono i costi energetici. Un kilowattora costa alle imprese italiane mediamente 0,18 centesimi di euro, circa il 30% in più rispetto alla media dei Paesi dell’Unione. Il costo elevato dell’energia penalizza soprattutto la piccola e media impresa. La bolletta di un artigiano può arrivare anche all’80% in più rispetto alle tariffe agevolate di cui godono le grandi imprese nel nostro Paese, a dispetto dei dettami del protocollo di Kyoto: chi inquina paga. Intanto l’economia ristagna e le nostre imprese non competono. Le infrastrutture sono ovviamente anche quelle informatiche. Secondo i dati di netindex.com, siamo 93esimi al mondo per velocità di download domestica, dopo la Grecia. In Italia la banda larga raggiunge potenzialmente il 99% dell’utenza. Peccato che si tratti di una tecnologia ormai superata se confrontata con quelle più recenti – e assai più rapide – come la Nga (Next Generation Access), che in Italia copre solo il 21% del territorio rispetto al 62% della media Ue. I limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si pongono come principale fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo. A ciò si aggiunga che il sistema Italia nel suo complesso risente pesantemente della mancata capacità di usare i fondi europei dedicati alle infrastrutture: un misero 12%. Vanno anche ricordati il peso del costo del lavoro e dell’imposizione fiscale. Il costo del lavoro non è certo l’elemento chiave della competitività. Tuttavia, nell’Italia del 2014 in termini assoluti un lavoratore costa mediamente 28,3 euro l’ora. In Slovenia 15,6, in Portogallo 13, in Slovacchia 8,5. Se si passa all’analisi del costo del lavoro nei Paesi Ue fuori dalla moneta unica, si rileva che in Ungheria un lavoratore costa 7,3 euro l’ora e in Romania 4,6. Certo, ci sono Paesi in cui il costo del lavoro è maggiore di quello italiano. Francia, Germania, Belgio, Danimarca, Irlanda, Olanda, Austria, Svezia e Finlandia pagano i lavoratori più di noi. Ma se al costo o all’efficienza del lavoro, di cui si è parlato in precedenza, si somma quello della pressione fiscale diretta e indiretta, il nostro Paese è certamente il più penalizzato. Secondo Doing Business 2015, la nostra total tax rate, ovvero l’insieme di tutte le imposte dirette e indirette che gravano sull’azienda, è in assoluto la più alta: 65,4%, come già sottolineato. Quella dell’Austria si attesta al 52%, in Germania è pari al 48,8%, mentre in Portogallo è molto più bassa della nostra: 42,4%. Un peso fiscale così elevato non solo ci fa perdere attrattività per gli investimenti esteri, ma favorisce lo spostamento delle nostre attività economiche all’estero. Un tema da non sottovalutare, inoltre, è quello dell’accesso al credito e del suo costo. Le nostre banche sono spesso sottocapitalizzate, e quindi secondo le regole di Basilea 3 con un core tier 1 troppo basso per larghissimi impieghi. Inoltre, i circa 400 miliardi sui
2.000 dello stock complessivo che sono in mani estere e suscettibili di risentire dello spread e del rischio Italia hanno reso più difficile per le aziende italiane finanziare gli investimenti, anticipare il credito commerciale, sviluppare. Mentre in Paesi più sicuri affluivano ingentissime risorse che si trasformavano anche in impieghi per le banche volti non solo agli investimenti in debito sovrano, ma anche per famiglie e imprese, da noi la concessione del credito si è andata largamente restringendo negli ultimi anni. Di norma, un imprenditore italiano si finanzia a tassi mediamente più elevati di un competitor tedesco. E la ricaduta in termini di costo dei prodotti è evidente. Se è vero che non a caso il nostro sistema finanziario si definisce «bancocentrico», poiché imperniato per varie ragioni sul ricorso al prestito bancario, tale dato ha rappresentato la croce e delizia delle nostre realtà produttive già dal boom economico degli anni Cinquanta e particolarmente negli ultimi anni, durante i quali si sono potute distinguere almeno tre fasi diverse che hanno caratterizzato il rapporto banca-impresa. Fino alla prima ondata della crisi, quella abbattutasi in Europa a partire dal 2008, le nostre banche hanno garantito credito in misura abbondante, sfruttando innegabilmente pure l’opportunità di finanziarsi dall’esterno, grazie anche all’ingresso nella moneta unica. Tra la prima e la seconda ondata della crisi il credito ha conosciuto una fase di razionamento, ma inferiore a quello che si sarebbe avuto se i nostri istituti avessero scommesso come molti altri sulla «montagna di carta finanziaria» che si era sviluppata così rapidamente e su scala globale a partire dalla fine degli anni Novanta. Rimanendo fedeli al loro «mandato», quindi, le nostre banche hanno evitato la prima ondata della crisi, per poi invece subire drasticamente la seconda, quella caratterizzata dalla sfiducia nei debiti sovrani, e dalla contemporanea crisi interna dell’economia reale. La crisi economica, con l’impressionante crollo del Pil italiano del 2009 (oltre il -5%) ha portato a un progressivo e incessante incremento dei crediti deteriorati (conclusosi forse solamente nel 2015) e a una rilevante erosione del capitale bancario.Proprio nel momento di maggior necessità delle nostre imprese, le banche si sono ritrovate a soffrire il sostanziale blocco sull’approvvigionamento interbancario, a ridurre la concessione del credito e a utilizzare poi i prestiti generosi di Mario Draghi verso gli impieghi al momento più redditizi: il rimborso di prestiti in essere verso altri intermediari, soprattutto stranieri, e l’acquisto di titoli di Stato,specialmente italiani. Questa situazione ha prodotto una terza fase. I numeri mostrano, tra il 2011 e il 2014, un calo dei prestiti alle imprese non finanziarie in termini nominali per oltre 100 miliardi, che corrispondono a oltre il 10% del «massimo» storico, pari a circa 900 miliardi, e non includono gli effetti né dell’inflazione né dei prestiti deteriorati che di conseguenza non possono essere oggetto di rientro dalle banche.
Anche in questo caso, nell’impossibilità di introdurre concretamente altri e più evoluti strumenti, le possibilità concesse agli imprenditori più capaci sono state limitate a quelle di un ampliamento dell’accesso all’emissione di obbligazioni. Nel contempo, si è rilevato ancora il sostanziale mancato ricorso (ancorché spesso preannunciato) alle disponibilità della Cassa depositi e prestiti, che convoglia l’enorme stock di risparmio postale verso governo, enti e altre imprese pubbliche, e solo limitatamente ed eccezionalmente (in rapporto alle proprie possibilità) verso iniziative dirette a sostegno del credito al mondo produttivo. Ora resta da verificare quali saranno gli effetti del quantitative easing della Bce sul credito bancario a famiglie e imprese. A tutto il 2015, secondo i dati Bankitalia, l’erogazione di credito è rimasta per le imprese non finanziarie al di sotto di quella dell’anno precedente. È pleonastico ricordare i costi per l’impresa derivati dall’asfissiante burocrazia: tema presente in ogni capitolo. Bisogna però accennare a quanto pesino i ritardi dei pagamenti delle pubbliche
amministrazioni: si tratta, malgrado gli sforzi del governo, di circa 70 miliardi nel 2015, pari a quasi il 5% del pil. Un costo stimabile in sei miliardi a carico delle aziende, considerando il costo medio del capitale su dati Bankitalia. Le aziende si devono infatti finanziare per far fronte ai ritardi di pagamento e devono pagare fornitori e lavoratori. L’incidenza di questi costi sulle singole forniture è pari al 4,2%.Un’impresa italiana paga il ritardo della pubblica amministrazione quattro volte un’impresa francese e sette volte un’impresa tedesca. Insomma, lo Stato paga quando vuole, generando nel sistema delle imprese costi altissimi e impropri. Last but not least. Resta poi il tema euro. È una delle questioni più complesse. Certamente l’apprezzamento dell’euro sui mercati internazionali e l’impossibilità di compensare le fluttuazioni facendo politica valutaria rappresentano un limite per le imprese del nostro Paese, abituato alla svalutazione competitiva. I dati della bilancia commerciale e il notevole incremento dei volumi delle esportazioni tedesche sembrano sottolinearlo, visto che la Germania si appresta, per l’ottavo anno consecutivo, a sforare il 6% del surplus commerciale imposto dall’Unione. Nel 2014 la bilancia commerciale tedesca si è chiusa con un attivo esorbitante, pari a 216 miliardi di euro. A puro titolo di esempio, l’attivo della bilancia commerciale italiana, che nello stesso anno ha registrato il valore più alto dal 1993, è stato di 42,8 miliardi. Un’Unione dove, a fronte della moneta unica comune, per larga parte dei partner non si è realizzata un’armonizzazione del peso delle imposte e del costo del lavoro, e dove il gravame finanziario e l’ammontare complessivo del debito sono così diversi, certo non rappresenta, almeno sul piano teorico, l’optimum. Resta però da dire che non vi è controprova su quali sarebbero stati gli effetti per le nostre imprese se si fosse mantenuta la valuta nazionale. Stare
fuori dall’euro sembra premiare l’Inghilterra, almeno dal punto di vista della crescita, ma questo non fa prova. Ovviamente da annoverare tra le cause esterne c’è anche lo scenario internazionale. Non solo con riferimento alla crisi finanziaria internazionale, ma anche alla crescita di numerosi Paesi, che nel saldo tra maggiori consumi e maggiori esportazioni hanno registrato un incremento maggiore delle esportazioni.

Massimo Blasoni

LE TASSE

di Massimo Blasoni

Il funzionamento dello Stato rende necessario il pagamento delle tasse,
che non sono avvertite come pregiudizialmente ingiuste se la sensazione
è quella di un’equa controprestazione in servizi di interesse collettivo:
strade, sicurezza, scuole. Si può discettare di quanto ampia debba essere
la platea di questi servizi e in che misura competano allo Stato (per chi
scrive – come si chiarirà in seguito – si tratta in ogni caso di servizi
acquistati dallo Stato sul mercato e non direttamente prodotti)), ma
questo cedere una parte della propria libertà (qui intesa come una parte
delle risorse prodotte con il proprio lavoro) e il demandarne l’utilizzo
ai propri rappresentanti eletti, in democrazia, è la norma. Il tema si
complica quando l’entità delle tasse è eccessiva e quando viene avvertita
come sperequata rispetto all’efficienza dei servizi. Di più, quando la
leva fiscale viene utilizzata in parte rilevante per spese ritenute inutili o
per nutrire l’apparato stesso delle istituzioni. Un’avversione che cresce
ancor più quando le imposte servono a sanare i deficit di fallimentari
avventure imprenditoriali di Stato (da Montedison ad Alitalia) o quando
si costruiscono strade al doppio del loro costo oppure opere di scarso
interesse, a inseguire la vanagloria del governante di turno quando non
più privati interessi. La tassazione rischia di diventare il cuore pulsante
di una sorta di religione civile. Una statolatria che vede il cittadino
privato del diritto a una controprestazione puntuale (il sinallagma tra
imposta e specifico servizio non c’è). Le aliquote fiscali non sono l’espressione
di una tassazione ritenuta equa sulla cui base commisurare
la spesa pubblica. All’opposto, è la quantità di spesa a stabilire ogni aumento
del carico fiscale e la spesa cresce inarrestabilmente. Non aiutano
poi certamente né il fatto che il gettito tributario si componga di mille
diversi balzelli, né la loro complessità e il costante mutare delle regole
del gioco. Dalla legge “Sella” nel 1871 fino a Thaon Di Revel, da Vanoni
nel dopoguerra fino a Preti, e poi giù giù fino a Visco e ai giorni nostri,
tutti hanno voluto riordinare finendo quasi sempre per complicare. Le
imposte in Italia, oltre a essere avvertite come eccessive dai cittadini,
hanno condizionato la crescita dell’economia.
Una delle ragioni cruciali della nostra crisi (e della crisi europea
entro cui essa si colloca) è da individuare proprio nell’espansione
del prelievo fiscale.
Se non si riuscirà a invertire il processo in atto, questo crescente
spostamento di risorse dal settore privato al settore pubblico è
destinato a mettere in grave crisi l’intera società occidentale. Nel
corso della storia sono numerose le società fallite a causa di una
tassazione abnorme: deve allora farci riflettere il fatto che nel corso
del ventesimo secolo, nonostante il massiccio ricorso all’indebitamento
e all’espansione monetaria, la tassazione abbia raggiunto
livelli sempre più alti e sia aumentata mediamente di cinque volte
nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Questa impennata della pressione fiscale nei Paesi europei è
stata resa possibile dalla formidabile crescita economica conosciuta
in questa fase storica. Livelli di prelievo che sarebbero stati considerati
insopportabili da una società povera e senza alcuna capacità
di sviluppo sono stati accettati, senza troppe reazioni, nelle fasi di
boom ed espansione. Oggi le cose sono cambiate. Il nostro Paese ha
uno dei sistemi tributari più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione
fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema
amministrativo è barocco, confuso e costoso in termini di tempo e
risorse. E, soprattutto, lo Stato spende male.
Nel nostro Paese questa dilatazione del prelievo tributario ha
raggiunto livelli elevati, soprattutto negli ultimi venticinque anni, così
che oggi la situazione è divenuta insostenibile. Dal 2005 al 2015 la
pressione fiscale (apparente) è salita di 4 punti percentuali, passando
dal 39% al 43%. In Europa questo è un primato. Nessuno è cresciuto
come noi: i tedeschi hanno visto aumentare la pressione fiscale su
Pil di non più di un punto percentuale, spagnoli e inglesi l’hanno
ridotta. Il maggior peso per gli italiani è stato di decine di miliardi
e questo spiega in parte le difficoltà delle famiglie e di un sistema
produttivo in cui troppe aziende chiudono o subiscono significative
contrazioni. La pressione fiscale reale, cioè tenendo in conto del
sommerso che non paga imposte, è oggi in Italia sopra il 50%.
Quando un’economia indietreggia e la pressione fiscale cresce,
è irragionevole attendersi una ripresa.
Vanno ricordati ovviamente anche il cosiddetto cuneo fiscale e la
total tax rate per le imprese. Entrambi ci collocano tra i peggiori Paesi
al mondo. Il nostro costo del lavoro è alto: è noto. Il problema più
rilevante è che una parte eccessiva di quei denari non finisce in tasca
ai lavoratori, ma in tasse. Esattamente il 48,2% nel 2014, contro una
media Ocse del 36%. Una percentuale molto più alta che in Giappone
o Usa, entrambi intorno al 30%, o in Spagna 41% e Olanda (38%.
Quanto alla total tax rate, cioè al carico fiscale complessivo di ogni
tributo compreso che grava sui profitti delle imprese, vale la pena di
citare qualche dato. In Italia è il 65,4% (fonte Doing Business 2015),
in Germania è il 48,8%, nel Regno Unito il 33,7%, in Irlanda il 25,9%.
Un peso obiettivamente eccessivo, che disincentiva l’intrapresa
in Italia e gli investimenti esteri. A peggiorare la situazione si aggiunge
il numero rilevante di adempimenti: un medio imprenditore
italiano ne effettua 15 ogni anno tra Ires, Irap, tasse sugli immobili
e contributi. I versamenti allo Stato per un suo collega tedesco, invece,
sono sei in meno e sette in meno per gli imprenditori inglesi,
spagnoli e francesi. Non è finita, il rapporto annuale della Banca
Mondiale ci segnala che a un medio imprenditore italiano servono
269 ore l’anno per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo
omologo inglese, se vogliamo un’ulteriore tassa. Nel ranking generale
che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale preso nei
suoi vari aspetti (peso, complessità, tempi di pagamento), l’Italia si
classifica tristemente ultima a livello continentale.
Anche la retorica della lotta all’evasione non ha portato a grandi
risultati: gli importi recuperati sono di norma modesti. Per anni una
quota significativa dell’economia è riuscita a sopravvivere in virtù
di una limitata accettazione dell’evasione fiscale e del mercato nero
da parte del sistema tributario; invece che lasciarsi alle spalle simili
logiche con la riduzione della tassazione e il conseguente incentivo
a uscire dall’illegalità, si è preferito reprimere ma senza successo.
In via generale e a ogni passo, sono state ipotizzate riduzioni del
carico fiscale che è invece sempre aumentato. Il risultato è stato
una dilatazione della quota di ricchezza tolta ogni anno a famiglie
e imprese per essere gestita dal settore pubblico.
Spesso le operazioni di riforma del sistema, che talora sono state
annunciate come riduzioni del prelievo, nei fatti hanno finito per
pesare sempre più sui bilanci di famiglie e imprese.
Nel 2014 si è proceduto ad abbassare l’Irpef sui ceti medio-bassi,
ma al tempo stesso è salito il prelievo sugli immobili e sono state
introdotte tasse sul risparmio. Anche le promesse di contrazione
delle tasse nel 2015-2016 paiono tradursi in sostanziali «partite di
giro» con il contribuente: tolgo una gabella, ma ne impongo un’altra.
Eccessivamente oneroso, complesso, colpevole di disincentivare
la libera iniziativa e togliere la voglia di lavorare, il sistema tributario
italiano ha anche un altro grave vizio, che in larga misura spiega come
sia stato possibile giungere al disastro attuale. Si tratta del fatto che il
nostro fisco è troppo spesso occulto. In altre parole, quanti versano soldi
allo Stato non ne hanno sempre consapevolezza piena e in tal modo
non sono in grado di valutare quanto per loro sia oneroso il sistema
tributario attuale. Il prelievo alla fonte e l’imposizione indiretta (l’Iva e
non solo) rappresentano imposizioni fiscali di cui gli italiani sono certo
a conoscenza, ma di cui faticano a valutare il peso. In Italia le imposte
sul risparmio – capital gain, imposte di bollo, Tobin Tax – sono cresciute
di nove miliardi dal 2011 al 2015. Le sole imposte di bollo sui depositi
e strumenti finanziari sono aumentate nel periodo di quattro miliardi.
Nell’affastellarsi di acronimi le imposte complessive sulla casa sono
aumentate dal 2010 al 2014 da 38,5 a oltre 50 miliardi (fonte ImpresaLavoro).
Un incremento non così evidente proprio perché le imposte sono
molte e la legislazione è in costante evoluzione Se però la democrazia
si regge sul principio einaudiano del «conoscere per deliberare», com’è
possibile giudicare politiche e governanti quando non è facile sapere
quale sia stato l’onere che si è dovuto sopportare?
In linea puramente teorica, il rapporto tra Stato e cittadino
dovrebbe reggersi su una chiara definizione di quanto il cittadino
riceve (servizi e beni pubblici) e di quanto egli è chiamato a dare.
Ma l’ordinamento fiscale sembra talora pensato proprio per rendere
poco trasparente la relazione tra potere e società.
Ne conseguono effetti molteplici e perniciosi: la compressione
dei consumi e il disincentivo agli investimenti esteri, in primo luogo.
Ma altre conseguenze sono la scarsa spinta all’innovazione (che non
è certo defiscalizzata) del sistema produttivo, la bassa competitività
delle nostre aziende rispetto a quelle di Paesi esteri con un total tax
rate decisamente inferiore, l’incentivo all’evasione.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

C’è chi la fa sempre franca

Posso anche capire che lo Stato con i suoi soldi salvi le banche per preservare i cittadini e le imprese. Quello che non posso accettare è che chi le ha portate allo sfascio non paghi mai il conto. Si creano buchi per miliardi ma di pene certe neanche a parlarne. Zonin girava con un jet privato della Popolare di Vicenza che presiedeva. Ha bruciato 20 miliardi di euro rovinando, di fatto, 200 mila risparmiatori. Probabilmente non pagherà nulla, in ogni caso ha già messo in salvo i suoi beni donandoli ai figli. Ieri faceva shopping a Milano nel triangolo della moda, incurante di tutto. Penso ai tanti imprenditori che falliscono per uno scoperto di conto o alle famiglie che perdono la casa perché non hanno pagato qualche rata del mutuo. Evidentemente c’è, però, chi la fa sempre franca.

di Massimo Blasoni

Ci sono imprenditori che continuano ad investire cercando di migliorare

Ci sono due tipi di imprenditori: quelli che vogliono lucrare sull’esistente e quelli che invece continuano ad investire cercando di migliorare. Cerco di far parte dei secondi. Così, a giugno dell’anno scorso, dopo anni di attesa per la burocrazia, ho cominciato a costruire a Pasian di Prato una nuova RSA da 120 posti, modernissima, all’avanguardia e con ampi spazi verdi. Questi posti letto però non incrementano quelli che Sereni Orizzonti ha attualmente in Italia ma servono per chiudere 3 piccole case di riposo aperte 20 anni fa a Udine. Nulla ci costringeva, ma ho la convinzione che dobbiamo provare a dare qualcosa di meglio ai nostri ospiti. Oggi la struttura è così, ma scommettiamo di consegnarla finita entro 3 mesi. Sono orgoglioso del lavoro dei miei collaboratori in tutta Italia… e un po’ anche del mio.

Massimo Blasoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’Italia che vuole rilanciarsi

Tanti anni fa ho dato vita alla mia azienda partendo veramente senza 1 euro con un ex compagno di classe. Vi assicuro che abbiamo dovuto lottare come pazzi e prima di arrivare ad un’azienda nazionale ci sono voluti sacrifici infiniti.Oggi leggo che ogni 4 giorni in Friuli Venezia Giulia chiude un’impresa. Ci sono, però, anche nuove aziende che partono, voglio parlare di quelle. Voglio citare due giovani imprenditori che mi hanno colpito: uno si chiama Gabriele Montanari che con la sua Delta Askii solca il mare di Internet occupandosi di programmazione e sviluppo web. L’altro si chiama Alberto Gallas e ha fondato l’agenzia del lavoro Gallas Group, specializzata nella ricerca e selezione di assistenti familiari.Hanno dipendenti, sogni e visione. Entrambi sono giovanissimi: due esempi di un’Italia che vuole rilanciarsi, sia nella new economy che in quella tradizionale. 

In bocca al lupo a loro e buon lavoro a tutti.

di Massimo Blasoni