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IMMIGRATI, OCCORRE DIRE LA VERITA’.

Il contributo degli immigrati ai conti dell’Inps è molto sopravvalutato dal Presidente Boeri. Il rischio è che il lavoro degli immigrati regolari non sia aggiuntivo ma sostitutivo. Negli ultimi dieci anni il numero dei lavoratori immigrati è aumentato di 975mila unità mentre il numero dei lavoratori italiani e’ DIMINUITO di 846mila. Insomma il paradosso è che, in parte, l’aumento dei lavoratori stranieri provoca l’aumento dei disoccupati italiani che chiederanno il reddito di cittadinanza a carico dello Stato. Un pessimo circolo vizioso.
Il mio intervento su Libero di oggi.

 

 

Serve un pò di equilibrio

Secondo l’ISTAT nel 2026, 1 italiano su 3 sarà “straniero”. Già oggi la popolazione straniera residente in Italia rappresenta l’8%, un dato superiore a quello francese (6%). Insomma, siamo di fronte a una società che sta profondamente cambiando e questo va accettato. Non accetto però le posizioni tipiche di una certa sinistra che ci vedono addirittura debitori verso gli stranieri. Boeri ci dice che salvano l’INPS e la fondazione Moressa sottolinea che ogni anno versano miliardi in contributi previdenziali e IRPEF dimenticando però che a fronte di questi versamenti vengono resi a loro favore prestazioni e servizi ben più costosi. In Friuli Venezia Giulia il 40% della spesa sociale è assorbito dagli stranieri che rappresentano però non più del 9% della popolazione. Va così anche nelle altre regioni d’Italia e nemmeno considero l’emergenza sbarchi. Serve un po’ di equilibrio.

di Massimo Blasoni

Boeri pensi meno agli immigrati e un po’ di più ai nostri giovani

L’affermazione fatta nei giorni scorsi dal presidente dell’Inps Boeri secondo cui a salvare i conti dell’Istituto (il disavanzo economico è salito nel 2016 a 11.2 miliardi) siano gli stranieri con i loro versamenti contributivi e non gli italiani è fuorviante, tanto quanto lo sarebbe sostenere la tesi contraria. Se non ci fossero gli stranieri avremmo al loro posto più italiani al lavoro e un più basso tasso di disoccupazione? Nessuno può dirlo.
Ci sono due dati però: il primo è che in Italia i lavoratori stranieri trovano più facilmente lavoro che gli italiani, il secondo è che in Italia chi versa meno di 20 anni contributivi perde tutto quello che ha pagato e questo non è giusto. Molti giovani che iniziano a lavorare tardi o non a tempo indeterminato (lavori discontinui e vuoti contributivi) non arriveranno mai ad avere una pensione o dovranno lavorare oltre i 70 anni. Questo è inaccettabile. Boeri pensi meno agli immigrati (alla sinistra pare chic) e un po’ di più ai nostri giovani. Il mio intervento su La Verità.

di Massimo Blasoni

Povera Italia

Ieri a l’Aria che Tira le storie di Massimo, un ingegnere che ha deciso di fare il fabbro (non è detto che sia sbagliato) e di un pensionato che ha chiesto L’Ape social, l’anticipo pensionistico per i lavori usuranti. Facce di una Italia che cambia ma che continua a scontare gli errori del passato. Le pensioni date a quarant’anni o per cifre sproporzionate ai contributi versati costringono gli Italiani di oggi ad andare in pensione a 67 anni o con importi miseri. L’Inps perde 10 miliardi l’anno: un esempio? L’istituto ha un patrimonio immobiliare composto da 25.000 immobili. In parte sono affittati in parte sfitti: riesce comunque a rimetterci dalla gestione 100 milioni l’anno. Povera Italia.
Il mio intervento ieri a L’Aria che tira su LA7.

Lasciateci liberi di scegliere un INPS “privato”

Perché siamo obbligati a dare i nostri soldi all’Inps se poi vengono “gestiti” così male? Non potremmo piuttosto liberamente disporne, gradualmente uscendo dal sistema a ripartizione? E in sanità, avete notato che ci sono prestazioni diagnostiche che privatamente vengono rese immediatamente e costano meno di quanto ci chiederebbero per il ticket? E questo vale per molti, troppi servizi che lo Stato ci rende male chiedendoci tasse che rappresentano la metà di quello che guadagniamo. Questo stato delle cose non è frutto di un ordine necessario e può essere cambiato.
Il mio intervento su Panorama

di Massimo Blasoni