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LA SPESA PUBBLICA

di Massimo Blasoni

Il livello alto e soprattutto poco produttivo della nostra spesa è un
fatto assodato. È pletorico ricordare le diecimila sedi ministeriali o i
costi di un sistema pensionistico troppo generoso nel passato e di un
esorbitante impiego pubblico. Non serve rammentare la sua crescita
inarrestabile dal dopoguerra a oggi e la sequela di sprechi di cui la
maggioranza di noi ha di norma un’esperienza diretta. Tanto per dare
un’idea il rapporto tra spesa e pil era del 31% nel 1937 e rimase stabile
nei decenni successivi arrivando a superare la soglia del 40% solo alla
fine degli anni ’70. Il rapporto crebbe ancora negli anni successivi e la
spesa arrivò a rappresentare il 50% dell’intero prodotto interno lordo.
Al di là dell’enorme dimensione della spesa, quello che va rimarcato è
l’incapacità italiana di porre un freno al suo incremento malgrado la
grave crisi. La spesa pubblica aumenta in Italia in rapporto al pil dal
47,8% del 2008 al 51,1% del 2014: un balzo in avanti, durante la crisi,
di 3,3 punti percentuali e superiore alla media dei Paesi dell’Unione
Europea (+1,6%). La Spagna fa meglio di noi (+2,5%) e la Germania
rimane sostanzialmente stabile. Scende invece il Regno Unito che
riesce a tagliare la sua spesa di 2,2 punti percentuali sul pil. Questi
dati tengono conto degli interessi sul debito perché se il riferimento
fosse alla spesa primaria si dovrebbe rilevare che siamo tra i pochissimi
in Europa che la vedono in aumento. Se poi dalle percentuali
sul pil passiamo ai valori assoluti ci accorgiamo che la nostra spesa
è passata da 780 miliardi nel 2008 agli 826 del 2014. Colpisce che vi
sia incremento, malgrado gli investimenti scendano. Insomma cresce
molto la parte corrente (stipendi, pensioni, acquisto di beni e servizi)
e si riduce invece quella per investimenti (strade, infrastrutture). In
questo stesso periodo l’Italia ha tagliato del 30% la spesa pubblica per
investimenti, che è passata dai 54,2 miliardi ai 38,3 dello scorso anno.
Mentre Germania e Francia sono rimaste stabili (con una contrazione
rispettivamente dello 0,1% e dello 0,3%). Dunque spendiamo di più
per la gestione corrente che per ammodernare il Paese e, anzi, i costi
pubblici crescono malgrado il forte taglio degli investimenti.
Pare interessante capire anche quali voci di spesa aumentino e
quali si riducano. Dal 2008 al 2014 – il periodo di riferimento – si
è tagliata la spesa per l’istruzione di sei miliardi (da 71 a 65) che invece nell’area euro è cresciuta. Si è anche ridotta di 1,8 miliardi la
spesa per la cultura, mentre sono salite quelle per la salute e per la
sicurezza. In crescita anche la spesa per le politiche sociali (+30%
gli invalidi civili) e quella per le pensioni e per l’impiego pubblico.
Il confronto con Paesi come il Regno Unito è impietoso. Lì la spesa
pubblica primaria è stata effettivamente ridotta. E i livelli di crescita
sono decisamente superiori ai nostri.
Il governo di David Cameron ha ridotto tra il 2010 e il 2013 la
spesa di una quantità che, tradotta in termini italiani, equivale a 16
miliardi di euro l’anno. In un triennio sono quasi 50 miliardi di minori
spese. Oggi l’economia britannica, nonostante sia stata colpita da una
crisi finanziaria più grave di quella che ha investito l’Italia, cresce tra il
2 e il 3% annuo. In Italia la crescita non ha superato lo 0,9% nel 2015.
Da noi la spending review è rimasta nel cassetto. Prima i dieci
incaricati da Padoa-Schioppa, poi nel 2012 Enrico Bondi, poi Piero
Giarda per arrivare con il governo Letta a Carlo Cottarelli e ora a Yoram
Gutgeld e a Roberto Perotti con Renzi Presidente del Consiglio. I
commissari alla revisione della spesa sono stati molteplici negli ultimi
anni, ma i risultati sono ben scarsi. Ovvero nulli, almeno a vedere il
segno «più» sui dati di bilancio alla voce uscite. Cottarelli stimò una
possibile contrazione strutturale dei costi (cioè durevole nel tempo)
in 42,8 miliardi annui. Un obiettivo certamente ambizioso. Se si fosse
avuto, più modestamente, un andamento della spesa primaria pari
a quello della media della zona euro dal 2010 a oggi, il risparmio
sarebbe quest’anno di una trentina di miliardi. L’Italia invece, pur la
più indebitata, ha visto crescere i propri costi. E non di poco. Perché
in Italia è tanto difficile ridurre la spesa? Il vero motivo risiede nel
grande spazio che Stato, regioni e comuni, in una parola la politica,
occupano nell’economia nazionale. Fintanto che quello spazio non
verrà drasticamente ridotto, la spesa potrà essere contenuta, ma non
scenderà abbastanza da consentire il taglio significativo delle tasse.
Lo Stato che spende non brilla affatto per oculatezza e se la spesa
è improduttiva non genera effetti moltiplicatori. Quegli stessi denari
in mano a famiglie e imprese, di norma, sarebbero invece un volano
per l’economia perché spesi meglio e più rapidamente. Pensandoci,
non è infondata la massima di Friedman: «Quando spendi i tuoi
soldi per te, usi la massima attenzione; quando spendi i tuoi soldi per gli altri, stai attento a quanto spendi, ma non alla qualità di cosa
compri; quando spendi i soldi degli altri per te, stai attento a cosa
compri, ma non a quanto spendi; quando infine spendi i soldi degli
altri per gli altri, spesso non ti interessa né cosa compri né quanto
spendi». Come spesso avviene quando a comprare è lo Stato.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni


Il debito, la spesa pubblica e le tasse

IL DEBITO

di Massimo Blasoni

In sé il debito non è tout court negativo. Risorse temporaneamente
spese anche in deficit per l’ammodernamento infrastrutturale, per
opere strategiche, possono corroborare la crescita di un Paese. Diventa
invece una terribile zavorra se le sue dimensioni sovrastano
il pil e se con quei denari, anziché creare condizioni di innovazione
e sviluppo, si è nutrita una spesa inefficiente e l’inclinazione a
risolvere problemi e tensioni sociali spendendo più di quello che
si incassa, malgrado un’imposizione fiscale enorme, come quella
italiana.
L’espansione del debito pubblico è un dato comune a tante democrazie
occidentali. In un loro ormai classico studio, James Buchanan
e Richard Wagner parlarono di «democrazie in deficit»,
mostrando le ragioni strutturali che inducono le classi politiche
a espandere la spesa senza ricorrere soltanto alla tassazione, ma
dilatando il debito. Sostengono, infatti, che ogni forza di governo
non indifferente al consenso e al progetto di restare al potere non
possa che adottare in qualche modo tale strategia.
Ovviamente queste scelte di spesa finanziate dal ricorso al prestito,
se smodate, penalizzano le generazioni a venire, ma nel breve
periodo (quello che conduce alle elezioni) evitano di accrescere la
pressione fiscale ovvero di ridurre la spesa pubblica e urtare in tal
modo i cittadini elettori.
Questo è vero un po’ ovunque e non a caso il debito pubblico
è un tratto comune di situazioni molto diverse. D’altra parte, la
spesa pubblica ha avuto un ruolo importante dopo il crollo di Wall
Street del 1929 e nelle prime fasi del dopoguerra europeo, per fare
qualche esempio.
In Italia, però, il debito ha assunto un carattere abnorme (superiore
al 130% del pil) a causa della particolare inadeguatezza dei
governi, che ne hanno abusato oltre misura e anche a causa di squilibri
sociali e territoriali cui si sono date non già risposte di mercato,
basate sullo sviluppo, ma semplicemente assistenziali. Ora però i
nodi vengono al pettine.
La situazione è resa ancor più drammatica dal fatto che al debito
pubblico va aggiunto quello pensionistico, troppo spesso sottovalutato
e che invece ha dimensioni perfino superiori. In definitiva,
l’Italia non soltanto è esposta di fronte ai titolari dei bond di Stato,
ma anche nei confronti di tutti coloro che in questi anni hanno
versato contributi previdenziali che non sono stati accantonati e
investiti allo scopo di finanziare la loro vecchiaia. Quei soldi sono
stati non di rado utilizzati per attribuire pensioni a chi non ne aveva
titolo o anche per altri scopi di natura «sociale» o pseudo tale: e
così oggi i lavoratori si trovano costretti a versare contributi altissimi
per offrire una previdenza, anche modesta, alla gran massa di
persone anziane del Paese. Salvo rischiare di non ricevere in futuro
la propria pensione.
Non bisogna dimenticare, per giunta, che sul piano demografico
dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un baby boom e ora
quelle generazioni sono giunte alla terza e quarta età. Numericamente
consistenti e politicamente assai dinamici (dal Sessantotto in
poi), questi figli di un’Italia incapace di gestire con responsabilità
la propria crescita hanno saputo strappare tutta una serie di «diritti
sociali» che sono stati spesso elargiti anche in assenza di una vera
copertura finanziaria.
Il risultato è che un lavoratore che oggi entra nel mercato del lavoro
deve dedicare una parte significativa del proprio anno lavorativo
a finanziare il debito pubblico, che è stato accumulato da chi negli
anni scorsi è vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e le pensioni
destinate a chi ha versato soldi che sono stati malamente utilizzati.
Non è sempre stato così. I numeri che si raccolgono dal secondo
dopoguerra mostrano che il nostro Paese è ripartito in condizioni di
estrema sostenibilità del debito (valori addirittura inferiori al 40%
del Pil fino ai primi anni Settanta), per poi vedere i propri conti
messi in crisi dal deficit cumulato soprattutto negli anni Ottanta.
In quell’ultimo decennio di Prima Repubblica, infatti, il rapporto
tra debito e pil superò prima la soglia del 60%, per poi avvicinarsi
rapidamente a quella del 100%, sfondata proprio in corrispondenza
alla firma, travagliata, del Trattato di Maastricht del febbraio 1992,
che consentiva al nostro Paese l’ingresso in Europa in cambio
dell’impegno a ricondurre il rapporto debito/pil entro quel 60% in
un lasso di tempo «adeguato».
Proprio in quell’anno l’Italia si ritrovò nel mezzo della crisi finanziaria
più grave del dopoguerra, con il governo Amato in piena
Tangentopoli costretto alle misure più radicali e drastiche per risanare
i conti pubblici, come quella di elevare il livello di tassazione,
introdurre una patrimoniale sugli immobili (antesignana dell’Imu)
e una anche sui conti correnti, tramite il prelievo a sorpresa, in una
notte di luglio, del 6 per mille dai depositi degli italiani.
Nonostante queste misure, il 16 settembre del 1992 in uno degli
attacchi speculativi di maggior successo della storia, George Soros
mise in ginocchio la lira costringendoci a una svalutazione del 30%
e all’uscita dall’allora Sistema Monetario Europeo.
La Seconda Repubblica ereditò quindi un debito pubblico al 120%
del pil, ma riuscì a ricondurlo, grazie anche al contributo della crescita
economica, al di sotto del 110% prima dell’avvento dell’euro, e fino
quasi al 100% successivamente. La grave crisi di origine finanziaria che
perdura dal 2007 ha però vanificato questi sforzi, riportando il rapporto
tra debito e pil rapidamente al di sopra del 130%, il livello attuale.
Ciò che è successo nel 2011 (lo spread, la lettera di Draghi a
Trichet) ha a che fare con i mercati finanziari e la speculazione
internazionale che, quasi vent’anni dopo, ha messo in ginocchio
ancora una volta il nostro sistema di finanza pubblica, cogliendolo
nuovamente «scoperto» dalle protezioni che sarebbero arrivate
solamente più tardi, grazie agli interventi straordinari della Bce.
Il nostro è, infatti, un debito pubblico che, specie dopo l’apertura
del mercato dei capitali, non è solo in mani italiane. Con le ovvie
conseguenze.
Dunque, il crescere del debito è frutto di eccesso di spesa e di
congiunture internazionali.
Potremmo dire che il mondo della finanza internazionale non
perdona: ha punito il nostro debito nel 2011 e nel 2012 così come
vent’anni prima, e ora ci ritroviamo a incassare un suo peggioramento
nel rapporto con il pil, che ha superato il vecchio record (fermo
al 124% di vent’anni fa). Ma tutto ciò è accaduto evidentemente a
causa di una situazione formatasi, come già accennato, in un periodo
storico ben definito e ormai lontano, che può individuarsi
soprattutto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta del
secolo scorso, quando si è speso troppo.
Restano tre dati. In primo luogo, nel Paese la spesa pubblica è
stata sovradimensionata. Nel decennio 2000-2010 le regioni da sole
hanno aumentato la spesa di 90 miliardi e, allo stesso tempo, la spesa
dello Stato, complessivamente, è cresciuta. In secondo luogo, abbiamo
speso spesso male, finanziando la cassa più che gli investimenti:
scegliendo la logica del day by day, anziché innovare strutturalmente
il Paese. In terzo luogo, infine, malgrado l’avanzo primario, il debito a
causa del costo degli interessi continua a crescere e anche una robusta
spending review (che pure ovviamente va fatta) non ne ridurrebbe le
proporzioni in termini significativi, visto il periodo di scarsa crescita.
Qualcuno crede che sia possibile rispettare il Fiscal Compact? Che
sia possibile ridurre di decine di miliardi l’anno il debito pubblico? La
spending review ha determinato risparmi non significativi: si è ben lontani
dalle decine di miliardi l’anno che ogni recente governo si era ripromesso
di conseguire. Anzi, la spesa al netto degli interessi negli ultimi
tre anni è continuata a crescere: si sono ridotti gli interessi, non i costi
dello Stato. Dunque, più che sul numeratore (debito pubblico) occorre
lavorare sul denominatore. Cioè sullo sviluppo e sulla crescita del pil.
In effetti, alla fine si è costretti a tornare sempre al punto di
partenza: alla necessità che l’economia si rimetta in moto e si creino
quindi condizioni strutturali che favoriscano l’azione degli imprenditori,
attuali e futuri. Il giorno in cui l’Italia tornasse a vedere
aumentare fatturati, profitti e occupazione, anche il nostro debito
sarebbe giudicato diversamente e certo sarebbe più facile ridurlo. A
lungo ci è stato detto che è l’entità del debito ad allontanare gli investimenti
e a farci punire dai mercati. Questo è vero, ma solo in parte.
Lo sviluppo Usa e di molti altri Paesi rende accettabili debiti sovrani
di ragguardevole entità. Fa premio la crescita: per questo dobbiamo
mettere al centro lo sviluppo e l’espansione della nostra economia
e convincerci che l’unica soluzione è privatizzare e ridurre lo Stato

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni

Sindacato, giustizia, università

di Massimo Blasoni

Sindacato, magistratura e università rappresentano ruoli e funzioni
imprescindibili nella società. La tutela dei lavoratori, la garanzia di
una giustizia basata sulla «terzietà» di chi l’amministra e la «conoscenza
» aperta a larghi strati della popolazione sono conquiste
relativamente recenti, sicuramente irrinunciabili. Ciò malgrado, oggi
in Italia percepiamo, non del tutto a torto, questi ambiti anche come
centri di potere, qualche volta autoreferenziali e certo poco inclini
a vedere riformato il proprio ruolo in considerazione del mutare
dei tempi. Peraltro, poco o per nulla disponibili ad accettare una
verifica sulla propria efficienza.



SINDACATO


Il legittimo proposito di garantire tutela ai lavoratori si è via via
trasformato nel nostro Paese in qualcos’altro. Le battaglie sindacali
del primo Novecento e i moschetti di Bava Beccaris o le lotte dei braccianti del Mezzogiorno contro i latifondisti non hanno nulla a
che vedere con le pensioni baby. Le tutele giuste e progressivamente
più forti sino agli anni Novanta si sono trasformate in qualcosa di
diverso. Qualche volta in una sorta di privilegio. Tutto questo fino
al paradosso di concertazioni tra sindacato e grandi imprese che
non tenevano in nessun conto le compatibilità economiche, ma si
risolvevano in semplici accordi politici. La produttività è costantemente
scesa nel confronto con gli altri Paesi europei e il solco tra
giovani e «vecchi» lavoratori si è via via allargato.
In tema di minor competitività delle imprese, e dunque del Paese,
sono molte le responsabilità dei nostri imprenditori e questo si
riflette sull’occupazione. La produttività e l’occupazione, però, non
sono facilitate dal sindacato che in Italia non brilla certamente per
flessibilità. Non solo, con diverse sfumature, i sindacati sono divenuti
una sorta di corpo dello Stato che accanto alla legittima difesa dei
lavoratori ha dimostrato di impegnare buona parte dei propri sforzi
nella difesa di rendite di posizione e di privilegi (non dissimili da
quelli della politica) dei propri esponenti.
In Italia, le società di mutuo soccorso di fine Ottocento contribuirono
senz’altro a che i diversi governi prestassero maggiore
attenzione al miglioramento delle condizioni lavorative degli operai.
Grazie sostanzialmente alla loro pressione, il ministro degli Interni
Giovanni Giolitti estese le norme che limitavano il lavoro femminile
e minorile, dichiarò lo sciopero un atto accettabile, istituì il
Consiglio superiore del lavoro. Da allora, nel nostro Paese la storia
del sindacalismo è proseguita tra alti e bassi, vittorie e sconfitte.
Camere del lavoro e leghe contadine furono costrette a sciogliersi
durante la dittatura fascista per lasciar posto alla sola Confederazione
dei sindacati fascisti. Il 9 giugno 1944 il Comitato di liberazione
nazionale, siglando il Patto di Roma, sancì l’atto costitutivo della
Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil). Con la caduta
del regime fascista furono ripristinate le libertà sindacali, che nel
1950 portarono alla nascita di Cisl, Uil e Cisnal. Nel maggio del
1970 venne introdotto lo Statuto dei lavoratori, in gran parte condivisibile,
che riconosceva la libera manifestazione del pensiero,
la libera organizzazione sindacale, nuove norme per la tutela della
salute e dell’integrità fisica, per i permessi retribuiti, per favorire il lavoro dei giovani. Il movimento sindacale ha fatto molto di buono
nel corso della sua storia. Ciò detto, con la crisi dei primi anni Ottanta
le diverse sigle sindacali si sono trovate sempre più spesso in
disaccordo su come affrontare le questioni sul tavolo, portando a
lacerazioni che assai di rado hanno fatto gli interessi dei lavoratori.
E la difesa di lavoratori «deboli» si è talora trasformata in eccessi.
Negli ultimi tempi non si sono evolute le posizioni, talora retrive,
della Cgil e di altre sigle e non si è del tutto compreso che la
difesa dei diritti deve essere coniugata con la possibilità economica
di garantirli. E che solo la produttività e la competitività dell’impresa
possono creare nuovo lavoro.
Rispetto ai principali Paesi nostri concorrenti nel mondo, negli
anni Settanta l’Italia era al primo posto per crescita della produttività
nell’industria. Negli anni Duemila ci troviamo in fondo alla classifica
e qualche colpa è certo anche del sindacato. Nel decennio 1970-
1979, l’output per ora lavorata (valore aggiunto al costo dei fattori)
del settore manifatturiero era cresciuto in Italia in media del 6,5%
all’anno, meglio che in Giappone (5,4%), Olanda (5,2%), Francia e
Germania (intorno al 4%), Stati Uniti (2,7%) e Regno Unito (2,4%).
Negli anni Ottanta l’Italia era scivolata in coda, dimezzando il
ritmo precedente (dal 6,5% al 3,2%). Negli anni Novanta la leadership
fu conquistata dagli Stati Uniti (4,3% l’anno), mentre l’Italia
continuava a rallentare (2,6%). Ma è nel primo decennio del Duemila
che la produttività nel nostro Paese precipita a un misero 0,4% in
media l’anno, contro l’1,8% della Germania e il 2,5% della Francia.
E meglio di noi ha fatto anche la Spagna (1,5%).
Non si tratta di sostenere tesi a senso unico e l’attività sindacale è
sacrosanta. Tuttavia, risulta difficile non vedere nel sindacato anche
un’altra casta, spesso un freno. Una realtà che costa allo Stato, e cioè
a noi, ben 136 milioni di euro l’anno per i soli distacchi sindacali
nel settore pubblico. Esclusi i permessi, perché se fossero contabilizzati,
la cifra aumenterebbe. E questo perché ben 2.233 dipendenti
pubblici, esclusi i dirigenti, svolgono attività sindacale. Si tratta di
un’attività non di rado a tempo pieno e questi lavoratori devono
essere sostituiti nello svolgimento delle loro mansioni.
Sono circa 700.000 i lavoratori (il 4% del totale) che godono di
permessi retribuiti per questioni sindacali e che consumano non meno di un milione di giornate lavorative. Certo l’attuale legislazione
sta contraendo questi numeri, ma solo parzialmente. Oggi
la sfida consiste nella necessità di conciliare la flessibilità richiesta
dagli imprenditori con la tutela, sacrosanta, dei diritti dei lavoratori.
Non si tratta di fare gli ultraliberisti. Tuttavia, per crescere le
nostre aziende hanno bisogno di un mercato del lavoro flessibile,
di elasticità contrattuale e di un sindacato non necessariamente antagonista.
Possiamo girarci in tondo ed edulcorare il concetto, ma
vi sono situazioni in cui è necessario licenziare, premiare il merito
(sempre) o lavorare di più (talvolta). Il lavoratore deve essere tutelato
con ammortizzatori, attività di formazione ed efficienti servizi di job
placement, non certo rendendolo illicenziabile e facendo gravare
i costi dell’azienda, magari decotta, sulla collettività. Se vi saranno
maggiori condizioni di libertà, nasceranno nuove aziende e si
creeranno nuovi posti di lavoro. Secondo gli indicatori del World
Economic Forum, la nostra produttività è frenata anche dai complessi
rapporti sindacali, che rendono difficile assumere, premiare
il merito e, talvolta, complicano le stesse relazioni tra imprenditore
e lavoratore.
Se l’impresa chiude, non ci sono diritti da garantire. Gli enormi
sacrifici in tema di pensioni chiesti agli italiani di oggi sono figli
delle pensioni baby di ieri. E, inoltre, si allarga il solco tra lavoratori
con maggiori o minori tutele. Quello stesso solco che, se vogliamo,
esiste tra giovani e vecchi nel mondo del lavoro. Il Paese non può
vivere di flessibilità, ma il sistema produttivo non può nemmeno
morire di immobilismo, di immodificabilità e le riforme che si sono
adottate nell’ultimo periodo certo non bastano. Su questi temi il
sindacato non è sembrato al passo con i tempi. Va chiarito anche
un altro aspetto. In Italia il problema non è stato prioritariamente
non poter licenziare durante la crisi, ma non poter punire un dipendente
svogliato e incapace di lavorare con i colleghi. Nel XXI
secolo l’etica del lavoro dei dipendenti è molto più importante che
nel secolo scorso. In una catena di montaggio non ci sono grandi
differenze tra lavorare bene e lavorare male: i ritmi li danno le
macchine. Ma nell’economia dei servizi l’etica del lavoro diventa
la chiave dell’efficienza: un addetto alle vendite che tratta male un
cliente e una maestra svogliata o poco attenta possono causare danni enormi. L’impossibilità da parte delle aziende italiane di sanzionare
i lavoratori con cattiva performance e premiare quelli meritevoli è
una delle cause della stagnazione della loro produttività. E certo
è questa una colpa da attribuirsi anche al sindacato. Tornando ai
giovani, resta poi il tema di quanto si sentano rappresentati dal
sindacato. I sondaggi, e ancor più la nostra esperienza, ci dicono
che la sensazione collettiva è che i sindacati tendano a rappresentare
solo i pensionati e i lavoratori dipendenti, soprattutto quelli iscritti.
Anche da qui una sfiducia evidente.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni



Massimo Blasoni

Sudditanza alla burocrazia

di Massimo Blasoni

«L’intendenza seguirà» – sentenziava Napoleone decidendo l’avanzata
delle truppe. Purtroppo da noi accade spesso il contrario, con
la politica che – magari inconsapevolmente (e si tratta allora di
una colpa ancora maggiore) – si mette volentieri a rimorchio degli
inamovibili vertici burocratici. Detentori della conoscenza dei
sottili e complessi meccanismi istituzionali, sono essi a imporre in
concreto le scelte. Dalla loro hanno un sapere astratto, ma ignorano
quasi sempre la vita delle aziende e delle persone che pretendono
di regolamentare. Negli ultimi anni si è così assistito a una curiosa
versione della sindrome di Stoccolma, con ministri e deputati che a
parole promettono processi di sburocratizzazione e semplificazione
normativa, ma che poi si vedono costretti a promuovere e approvare
provvedimenti di segno opposto, stesi in prima persona da capi
dipartimento, direttori generali e soprattutto consiglieri di Stato:
una genia di magistrati che interpreta tre parti in commedia. Essi
sono bravi a scrivere le leggi, a interpretarle e ad applicarle. Sono
davvero pochi i ministri, i sottosegretari, i presidenti di regione e
gli assessori che riescono a imporre la propria visione delle cose a
una riottosa macchina burocratica che nel tempo è riuscita a dilatare
enormemente il proprio potere.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’ Italia” di Massimo Blasoni

Ma quanti impiegati ci sono?

di Massimo Blasoni


Nel 1861 l’Italia, su circa 25 milioni di abitanti, aveva appena 3
mila o poco più impiegati pubblici censiti nella pianta organica dei
Ministeri, specificamente collocati negli apparati centrali. Sarebbero
diventati 11mila nel 1876. Circa 90mila alla fine del secolo. La spesa
statale, come percentuale del pil, si attestava intorno al 10%. Oggi
i dipendenti pubblici dichiarati dalla Ragioneria dello Stato sono
tre milioni e 300mila. A questi però si aggiungono, secondo l’Istat,
38mila tra professori universitari a contratto e ricercatori, a cui sommare
i dipendenti delle partecipate degli enti locali. Vi sono poi i
dipendenti delle partecipate e controllate dal Tesoro. Dai dati della
Corte dei Conti, ad esempio, la Rai ha oltre 12mila dipendenti, le
Ferrovie 69mila e le Poste 144mila. L’elenco non finisce ovviamente
qui e, se a tutto questo si dovessero aggiungere anche le stimate

500mila consulenze sottoscritte in un anno dalla Pubblica Amministrazione
nei suoi vari livelli, il numero complessivo supererebbe
di gran lunga i quattro milioni. Secondo l’Ocse, l’Italia figura tra i
Paesi la cui dimensione del settore pubblico è maggiore.
E quante leggi ci sono? Nessuno ne conosce con esattezza la
cifra. Pare un mistero: forse ne sono state promulgate 130mila dal
1861, cioè dall’Unità d’Italia. Per Bassanini quelle vigenti erano di
meno, 45mila, per Sabino Cassese 160mila, ma c’è chi è arrivato a
ipotizzarne 300mila. Di sicuro ce ne sono troppe, si contraddicono
e per quanti sforzi si faccia per delegificare o ridurne il numero non
si sortisce alcun risultato. E non vanno dimenticate quelle europee,
quelle regionali, i regolamenti di comuni e province. E che dire dei
decreti attuativi e dei regolamenti di attuazione delle norme? Certo
nessuno le conosce tutte, anche se la legge non ammette ignoranza.
La vita in Gran Bretagna è governata da 3.000 leggi, in Germania
sono 5.500 e in Francia 7.000. Non paiono Paesi incivili. In Italia
solo quelle fiscali sono 1.800.
L’eccesso di produzione normativa e la grande quantità di impiegati
pubblici non sono gli unici problemi. Ci sono anche 8.057 comuni,
110 province (per il momento), 20 regioni, di cui 5 speciali. I livelli
si intersecano con le competenze e prolifera la burocrazia. Dove tutti
dispongono e tutti dialogano con tutti. Ogni comune appartiene a una
provincia, ma la provincia non fa da tramite nei rapporti con la regione
e questa in quelli con lo Stato a livello gerarchico, poiché il comune,
essendo dotato di personalità giuridica, può avere rapporti diretti con
la regione e con lo Stato. Tutti gli enti locali disciplinano con proprio
regolamento, in conformità allo statuto, l’ordinamento generale degli
uffici e dei servizi. Una sorta di guazzabuglio in cui il cittadino si deve
muovere. I palazzi della burocrazia sono anche le prefetture, i palazzi
di giustizia, gli ispettorati, i dipartimenti di prevenzione delle Asl e le
mille altre articolazioni dello Stato. Equitalia, gli uffici finanziari, il Pra…
E perché non parlare delle aziende speciali, fondazioni e società che
fanno riferimento agli enti locali? Sono 8.000, forse di più. Dovevano
occuparsi dei cinque servizi pubblici di base: acqua, elettricità, gas, trasporto
pubblico locale e rifiuti. E in realtà si occupano un po’ di tutto.
Non è forse espressione della burocrazia in senso lato anche la
presenza dello Stato in economia? Dalla Rai alle Poste, dalle Ferrovie

all’Enel, dall’Eni a Finmeccanica, dalla Cassa Depositi e Prestiti alla
Consap, dall’Enav alla Consip, dall’Anas all’Istituto Poligrafico, e si
potrebbe a lungo continuare.

estratto dal libro Privatizziamo! di Massimo Blasoni