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UNIVERSITÀ’

di Massimo Blasoni


Dopo quelli di magistratura e sindacati, come tralasciare un accenno ai mali della nostra università? I nostri atenei costano, ogni anno, 10 miliardi e soffrono oggi di una profonda crisi di credibilità, in primo luogo per la difficoltà evidente a dialogare efficacemente con il mondo del lavoro. Il mismatch tra sistema scolastico – a tutti i livelli – e lavoro sta diventando pericoloso. Il 75% degli studenti universitari di questo Paese ritiene che il sistema accademico sia incapace di dare una preparazione volta a un efficace inserimento professionale Un terzo dei laureati che hanno trovato un’occupazione dopo aver concluso gli studi non svolge un lavoro per il quale è richiesta una laurea. L’inserimento di formule come il 3+2, triennio generalista e biennio specialistico orientato alla professionalizzazione, si è rivelato inefficace. Il percorso di professionalizzazione è ancora il gradino mancante, tanto che, terminata l’università, per una preparazione completa è richiesto un ulteriore livello di formazione, attraverso master o tirocini esterni. Puntiamo molto sul sapere e troppo poco sul saper fare. La nostra cultura prevalentemente idealista fatica a trasformarsi in tecnico-scientifica e a confrontarsi con le sfide reali.
Intanto il numero delle immatricolazioni continua a calare
(-20,4% negli ultimi 10 anni), mentre aumenta quello degli abbandoni (circa il 40% degli iscritti). I nostri atenei hanno oramai perso attrattiva anche verso l’estero. Sono pochissimi gli studenti stranieri che scelgono il nostro Paese per completare la propria formazione: solo il 3%. Le università del Regno Unito attraggono un 18% di studenti stranieri e la media Ocse è del 10%. Per contro, da noi è inarrestabile la fuga dei cervelli. Importiamo mano d’opera a bassa specializzazione ed esportiamo i nostri figli. L’operazione «rientro dei cervelli» intitolata nel 2009 a Rita Levi Montalcini – 6 milioni di euro per riportare in Italia le menti più brillanti – ha al suo attivo appena 29 scienziati rientrati in Patria. Concluso il bando del primo
anno, gli altri non hanno ancora visto la luce. I ricercatori che ce
l’hanno fatta a rientrare hanno ottenuto un contratto di tre anni,
eventualmente rinnovabile per altri tre. E poi? Non è dato sapere.
95 università con oltre 330 sedi distaccate e 170mila insegnamenti
sono i numeri di un sistema gravemente malato. Gli altri
Paesi europei ne hanno in media la metà. Oltre 20 sono le nostre
università sull’orlo della bancarotta, eppure si continua ad assumere
e a bandire concorsi, che spesso creano idonei senza che ci siano
posti disponibili.
Il sistema è poi troppo segnato dal malcostume di baroni vicini
alla settantina ancorati a una cattedra che frutta stipendi rilevanti.
Accanto a loro, un folto esercito di assistenti e ricercatori attenti a
non scontentare il barone di turno. Per giunta tale sistema universitario
– è risaputo – favorisce i privilegiati e scoraggia i più meritevoli.
In 25 delle 59 università statali italiane i rettori hanno familiari con
qualche cattedra. Quasi il 50% ha almeno un parente stretto nell’università in cui presta servizio e quasi sempre è un altro docente.
A Napoli, nella facoltà di Economia e Commercio dell’università
Federico II, sono state rintracciate 140 parentele accademiche su
un totale di 877 docenti. E che dire degli scandali che da decenni
campeggiano sui quotidiani nazionali e che imbruttiscono ancor
di più un sistema di istruzione già fortemente penalizzato? Già nel
1909 Benedetto Croce scrisse un polemico pamphlet, dal titolo Il
caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria italiana, nel quale
lamentava fortemente che per una cattedra all’università di Napoli
al filosofo siciliano fosse stato preferito uno studioso con titoli
scientifici di gran lunga inferiori. L’iniquità dei nostri concorsi a
cattedra è nota a tutti. I concorsi ad personam sono diventati una
prassi tacitamente e universalmente accettata. Il clientelismo e la
parentela contano più del merito. Non stupisce dunque che dal 1999
al 2007 il 90,2% dei docenti vincitori di concorso provenisse proprio
dall’università che aveva messo a bando la cattedra.
Come fanno le università a finanziare la ricerca se spendono
per gli stipendi la quasi totalità dei fondi loro destinati? La risposta
è patente: non lo fanno. Di pari passo, nelle graduatorie sulle migliori
università del mondo i nostri atenei stentano a brillare. Nella
classifica Qs World Universities Ranking 2014-2015 l’università
italiana al primo posto è Bologna, piazzata al 182esimo (nel 2010
era la 176esima), seguita dalla Sapienza di Roma al 202esimo posto
e dal Politecnico di Milano al 229esimo. Ai primi tre posti il Mit
di Boston, Cambridge in Inghilterra e Harvard sempre negli Stati
Uniti. La classifica tiene conto della capacità di produrre cervelli,
della didattica, dei costi per gli studenti, delle pubblicazioni accademiche,
del livello occupazionale degli studenti, della capacità di
internazionalizzazione delle università. Purtroppo non eccelliamo
in niente di tutto ciò. Oggi auspicare una riforma capace di cambiare
radicalmente lo status quo ed estirpare caste e malcostume sembra
pura utopia, anche perché ben poco possono le leggi dove corrotti
sono i costumi.
Che dire poi della proliferazione eccessiva – e quasi sempre
ingiustificata – di mini facoltà, sedi distaccate e micro corsi, nati
talora dall’esigenza politica di accontentare le ambizioni di una
città o di un territorio in cambio di rinnovate alleanze, talora per giustificare questa o quella cattedra spesso ottenuta attraverso la
procedura, tutta italica, dell’«idoneità multipla»? Tra il 2000 e il 2006
le università hanno bandito 13.232 posti per professori. Ne sono
usciti 26.004 idonei. Più professori, più corsi, più fondi, più potere.
A tutto discapito della qualità dell’offerta. In Italia ci sono decine di
corsi di laurea che non arrivano nemmeno a 15 iscritti (qualcuno
con un solo studente) e comportano costi elevatissimi e una quantità
d’offerta inversamente proporzionale al suo pregio. In Italia esistono
più di 20 facoltà di agraria. In Olanda, una. Facile pensare che lì sia
concentrata l’eccellenza. L’abolizione del valore legale del titolo di
studio, presa in considerazione ma mai attuata, avrebbe costretto
le università a competere facendo emergere le eccellenze esistenti
tanto dei corsi di laurea che della ricerca. Per contro, oggi una laurea
conseguita in una nota università vale tanto quanto quella ottenuta
dall’unico studente iscritto a Camerino. Negli Stati Uniti la scelta
è tra Harvard, Yale, Stanford o una delle molte piccole università
disseminate per il Paese. Ma laurearsi a Harvard, Yale o Stanford
significa trovarsi una fila di aziende che competono per assumerti,
mentre laurearsi in un’università di seconda o terza categoria comporta
la concreta possibilità di restare disoccupato. Spesso, ed è un
dato di fatto, i migliori tendono ad andarsene. In cerca di lavoro, ma
anche di riconoscimento delle proprie capacità e di possibilità che
in Italia non trovano. Inoltre, troppo frequentemente si è enfatizzata
la «sacralità» dell’università che ha finito per essere una specie di
luogo chiuso che pretende che la società si adegui ai suoi ritmi e
non l’opposto. Ma le aziende non assumono persone che non hanno
le abilità che ricercano. E quante volte qualche laureato si è trovato
ad accettare lavori che con la propria preparazione accademica non
c’entravano nulla? Che senso ha un sapere accademico che rischia
di essere solo preservazione del passato se non diventa opportunità
di lavoro e risorsa per il mondo produttivo? Infine, il tema della
programmazione. Da liberali, è ovvio, va riconosciuta a ogni studente
la possibilità di scegliere il proprio percorso universitario. Ma
forse sarebbe necessario, quanto meno in termini di moral suasion,
prospettare ai giovani quali sono gli spazi professionali e di mercato
che sono richiesti e quali cicli di studio invece rischiano di tradursi
in una probabile disoccupazione. Dire chiaramente agli studenti e alle loro famiglie che avevano sognato le professioni liberali quali
garanzia di censo che oggi ci sono troppi avvocati non pare dirigismo,
piuttosto buon senso. Non è un caso che tra il 2008 e il 2013
degli oltre 500mila italiani emigrati più della metà erano giovani.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni

GIUSTIZIA

di Massimo Blasoni

Scrivere di giustizia e magistratura non è semplice. Gli sberleffi alla
politica sono usuali, ma chi di noi oserebbe altrettanto con un magistrato?
La politica può essere dispensatrice di favori, ma non può
agitare lo spettro del carcere: la massima tra tutte le afflizioni che lo
Stato può infliggere al cittadino. Un sistema di pene è certo necessario,
ma nel vasto e intricato – e perciò interpretabile – corpus di norme
nessuno può essere veramente certo di non incorrere in qualche
violazione penalmente sanzionabile. Chi non ha pensato – magari a
ragione – di non essere intercettato almeno una volta? E chi non ha
la sensazione che, sottesa all’astrattezza e generalità della regola, non
ci possa essere talora qualche umana passione di chi è preposto ad
applicarla? Credo politico, «corruzione di immagine», propensione
a voler dar corpo al teorema ipotizzato non partendo dalle prove,
ma cercando prove adatte: non sono pochi i novelli Torquemada del
nostro recente passato. C’è anche l’altra faccia della medaglia, però.
«Ci sarà pure un giudice a Berlino?» – diceva Brecht, e anche questo
è il comune sentire. Perché la maggior parte di noi, come il mugnaio
di Brecht, dovendo cercare giustizia si rivolge alla magistratura: dato
che ne riconosce l’imprescindibile ruolo e l’importanza dei gesti
coraggiosi compiuti da tantissimi suoi esponenti.
Nella pubblica opinione uomini come Falcone e Borsellino, a
giusto titolo, godono di un’alta reputazione. Luci e ombre, dunque.
Vanno rilevate anche quest’ultime e resta legittimo il diritto di esprimere
critiche. Anche la magistratura oggi è una corporazione: incline
a difendere i suoi componenti, competitiva al suo interno, divisa incorrenti. Molti magistrati sono bravissimi funzionari, ma altri sono
invece convinti di potere surrogare l’inazione vera o presunta del
legislatore. Questo ben oltre la normale interpretazione giurisprudenziale.
In sostanza, si ritengono legittimati a perseguire il (supposto)
bene comune attraverso un’azione sussidiaria, quando non addirittura
sostitutiva, di quella del legislatore. Un’attività svolta nell’ambito della
propria giurisdizione e che, talvolta, sfocia in vere e proprie candidature
elettorali. Candidarsi certamente non è vietato, ma certo induce
a sospettare che chi è oggi esplicitamente di parte, ieri non fosse
completamente imparziale. Magari quando giudicava quelli che oggi
sono i suoi avversari politici. E se per la politica, per dirla con Antonio
Gramsci, la magistratura è una casamatta del potere, bisogna anche
dire che le forze politiche ben di rado hanno affrontato con successo
il tema delle necessarie riforme del potere giudiziario. Quis custodiet
custodes? Chi ha la forza di affrontare le doverose riforme?
Eppure, ad esempio, ormai nell’opinione comune la separazione
delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante
è considerata una condizione minima affinché si abbia un ordinamento
giuridico funzionante. Accusa, difesa e un giudice terzo. Non
è pensabile che il magistrato che il mese prima era accusatore, ora
si erga a giudice. Passando d’emblée da un ruolo all’altro.
Per giunta, i giudici giudicano se stessi, quasi in virtù di un
privilegio medievale, e si autogovernano decidendo gli avanzamenti
di carriera. Nessun soggetto terzo ne può valutare la produttività,
che qualche volta è obiettivamente scadente. Hanno una propria
polizia, la polizia giudiziaria, e a ogni tentativo – non sempre inverecondo
– di proporre qualche riforma dell’ordine giudiziario
il sindacato di categoria erige barricate insormontabili. Quanto a
casta anche la magistratura autorevolmente si iscrive ai primi posti
nella classifica dei privilegi. I giudici penali e civili avevano fino a
pochi mesi fa 45 giorni di ferie, che diventano quasi tre mesi per
quelli che hanno giurisdizione amministrativa: non è certo così per
tutti i lavoratori in Italia. Possono svolgere attività extragiudiziarie
lautamente retribuite. E le toghe fuori ruolo, cioè quelle che stanno
facendo altro, continuano a percepire lo stipendio, al quale si
aggiungono indennità per gli altri incarichi. Nel 2014 i fuori ruolo
erano 277, malgrado i 1.400 posti vacanti negli uffici giudiziari, soprattutto nelle sedi disagiate. Tra loro ovviamente anche quelli
che fanno politica e sono eletti.
La progressione di carriera non è legata al merito, ma è automatica.
Dunque, tutti fanno carriera e questo non è certo uno stimolo
alla produttività. Chi vuole lavora, chi no si astiene. La spesa pubblica
complessiva per i tribunali e la procura supera i 7,5 miliardi
di euro ed è la seconda in Europa, i dati sono della Commissione
europea sull’efficienza della giustizia. Potremmo aspettarci migliori
risultati? Maggiore rapidità?
È difficile pensare che la magistratura possa riformare se stessa.
Per i motivi più volte esposti siamo inclini a sostenere le riforme che
riguardano gli altri. Dunque, è molto difficile autoriformarsi. Tuttavia,
una cosa è certa: i tempi dilatati e le inefficienze finiscono per
avere conseguenze non solo su temi rilevantissimi (legati alle libertà
individuali), ma hanno anche pesantissime ricadute economiche.
Secondo il rapporto Doing Business 2015 della Banca Mondiale,
la lentezza della giustizia, soprattutto civile, ci fa perdere un punto
percentuale di pil all’anno e ci posiziona al 147esimo posto su 183
Paesi in quanto a tempi ed efficacia nella risoluzione dei contratti
civili. Le nostre cause civili durano mediamente sette anni e questo
non contribuisce certo ad attrarre investimenti in Italia. E se dei
tempi della giustizia soffrono tutti i cittadini, per le imprese è forse
ancora peggio. Pesano come macigni sull’economia ben quattro
milioni di cause pendenti e contenziosi civili in primo grado con
590 giorni medi, contro i 264 della Spagna, i 311 della Francia e
i 183 della Germania (fonte ancora la Commissione europea per
l’efficienza della giustizia nel Consiglio d’Europa). Per le imprese
straniere, è più che evidente, questo è uno tra i maggiori deterrenti
a investire in Italia.
Non si parli poi delle cause di lavoro. Secondo una recente indagine,
in primo grado a Roma vi è una forbice che varia da 284 a 569
giorni, a Milano e Torino da 193 a 333 giorni. Nei fatti sono ancora
necessari da poco meno di un anno a due anni per decidere se un
licenziamento sia giustificato oppure no. Per una piccola azienda
può significare il fallimento.
Inoltre che dire degli scontri istituzionali tra governo e magistratura?
Vengono in mente l’Ilva e l’acciaio italiano, dunque il rischio che scelte della magistratura possano mettere a repentaglio
migliaia di posti di lavoro e un settore strategico. Certo le leggi vanno
applicate, ma occorre operare con responsabilità.
Resta da accennare alla sostanziale irresponsabilità civile dei
magistrati. Sino al 2015 la responsabilità dei giudici era disciplinata
per i casi di «dolo» e «colpa grave» dalla legge “Vassalli” (117/88)
introdotta dopo un referendum che a larghissima maggioranza chiedeva
vi fossero sanzioni anche per i magistrati che sbagliavano. In
27 anni di applicazione su 400 ricorsi si sono registrate solo sette
condanne: meno del 2%. Forse perché è la corporazione a giudicare
se stessa? La nuova norma introdotta nel 2015 sulla spinta di una
sentenza della Corte di Giustizia europea del 24 novembre 2011 non
pare cambiare di molto le cose. Perché la responsabilità dei giudici
resta indiretta, cioè eventualmente prima paga lo Stato che poi si
rivale. E, inoltre, affinché vi sia colpa grave, quindi sanzioni, il travisamento
delle prove o dei fatti deve essere «macroscopico». Solo
gli errori macroscopici, cioè mai. Questo almeno si può sospettare.
E anche sulla obbligatorietà dell’azione penale ci sarebbe molto
da dire in fatto di eccessiva discrezionalità. Occorre allora mettere
mano a regole nuove che premino di più il merito, che rendano maggiormente
responsabili i magistrati e ne incentivino la produttività
e, anche con riferimento all’ordine giudiziario, abbiamo il dovere di
domandarci perché un lavoratore privato debba rischiare il licenziamento
e un’impresa ogni giorno la sua sussistenza, mentre resta
un dogma l’illicenziabilità nel comparto pubblico?

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni

Sindacato, giustizia, università

di Massimo Blasoni

Sindacato, magistratura e università rappresentano ruoli e funzioni
imprescindibili nella società. La tutela dei lavoratori, la garanzia di
una giustizia basata sulla «terzietà» di chi l’amministra e la «conoscenza
» aperta a larghi strati della popolazione sono conquiste
relativamente recenti, sicuramente irrinunciabili. Ciò malgrado, oggi
in Italia percepiamo, non del tutto a torto, questi ambiti anche come
centri di potere, qualche volta autoreferenziali e certo poco inclini
a vedere riformato il proprio ruolo in considerazione del mutare
dei tempi. Peraltro, poco o per nulla disponibili ad accettare una
verifica sulla propria efficienza.



SINDACATO


Il legittimo proposito di garantire tutela ai lavoratori si è via via
trasformato nel nostro Paese in qualcos’altro. Le battaglie sindacali
del primo Novecento e i moschetti di Bava Beccaris o le lotte dei braccianti del Mezzogiorno contro i latifondisti non hanno nulla a
che vedere con le pensioni baby. Le tutele giuste e progressivamente
più forti sino agli anni Novanta si sono trasformate in qualcosa di
diverso. Qualche volta in una sorta di privilegio. Tutto questo fino
al paradosso di concertazioni tra sindacato e grandi imprese che
non tenevano in nessun conto le compatibilità economiche, ma si
risolvevano in semplici accordi politici. La produttività è costantemente
scesa nel confronto con gli altri Paesi europei e il solco tra
giovani e «vecchi» lavoratori si è via via allargato.
In tema di minor competitività delle imprese, e dunque del Paese,
sono molte le responsabilità dei nostri imprenditori e questo si
riflette sull’occupazione. La produttività e l’occupazione, però, non
sono facilitate dal sindacato che in Italia non brilla certamente per
flessibilità. Non solo, con diverse sfumature, i sindacati sono divenuti
una sorta di corpo dello Stato che accanto alla legittima difesa dei
lavoratori ha dimostrato di impegnare buona parte dei propri sforzi
nella difesa di rendite di posizione e di privilegi (non dissimili da
quelli della politica) dei propri esponenti.
In Italia, le società di mutuo soccorso di fine Ottocento contribuirono
senz’altro a che i diversi governi prestassero maggiore
attenzione al miglioramento delle condizioni lavorative degli operai.
Grazie sostanzialmente alla loro pressione, il ministro degli Interni
Giovanni Giolitti estese le norme che limitavano il lavoro femminile
e minorile, dichiarò lo sciopero un atto accettabile, istituì il
Consiglio superiore del lavoro. Da allora, nel nostro Paese la storia
del sindacalismo è proseguita tra alti e bassi, vittorie e sconfitte.
Camere del lavoro e leghe contadine furono costrette a sciogliersi
durante la dittatura fascista per lasciar posto alla sola Confederazione
dei sindacati fascisti. Il 9 giugno 1944 il Comitato di liberazione
nazionale, siglando il Patto di Roma, sancì l’atto costitutivo della
Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil). Con la caduta
del regime fascista furono ripristinate le libertà sindacali, che nel
1950 portarono alla nascita di Cisl, Uil e Cisnal. Nel maggio del
1970 venne introdotto lo Statuto dei lavoratori, in gran parte condivisibile,
che riconosceva la libera manifestazione del pensiero,
la libera organizzazione sindacale, nuove norme per la tutela della
salute e dell’integrità fisica, per i permessi retribuiti, per favorire il lavoro dei giovani. Il movimento sindacale ha fatto molto di buono
nel corso della sua storia. Ciò detto, con la crisi dei primi anni Ottanta
le diverse sigle sindacali si sono trovate sempre più spesso in
disaccordo su come affrontare le questioni sul tavolo, portando a
lacerazioni che assai di rado hanno fatto gli interessi dei lavoratori.
E la difesa di lavoratori «deboli» si è talora trasformata in eccessi.
Negli ultimi tempi non si sono evolute le posizioni, talora retrive,
della Cgil e di altre sigle e non si è del tutto compreso che la
difesa dei diritti deve essere coniugata con la possibilità economica
di garantirli. E che solo la produttività e la competitività dell’impresa
possono creare nuovo lavoro.
Rispetto ai principali Paesi nostri concorrenti nel mondo, negli
anni Settanta l’Italia era al primo posto per crescita della produttività
nell’industria. Negli anni Duemila ci troviamo in fondo alla classifica
e qualche colpa è certo anche del sindacato. Nel decennio 1970-
1979, l’output per ora lavorata (valore aggiunto al costo dei fattori)
del settore manifatturiero era cresciuto in Italia in media del 6,5%
all’anno, meglio che in Giappone (5,4%), Olanda (5,2%), Francia e
Germania (intorno al 4%), Stati Uniti (2,7%) e Regno Unito (2,4%).
Negli anni Ottanta l’Italia era scivolata in coda, dimezzando il
ritmo precedente (dal 6,5% al 3,2%). Negli anni Novanta la leadership
fu conquistata dagli Stati Uniti (4,3% l’anno), mentre l’Italia
continuava a rallentare (2,6%). Ma è nel primo decennio del Duemila
che la produttività nel nostro Paese precipita a un misero 0,4% in
media l’anno, contro l’1,8% della Germania e il 2,5% della Francia.
E meglio di noi ha fatto anche la Spagna (1,5%).
Non si tratta di sostenere tesi a senso unico e l’attività sindacale è
sacrosanta. Tuttavia, risulta difficile non vedere nel sindacato anche
un’altra casta, spesso un freno. Una realtà che costa allo Stato, e cioè
a noi, ben 136 milioni di euro l’anno per i soli distacchi sindacali
nel settore pubblico. Esclusi i permessi, perché se fossero contabilizzati,
la cifra aumenterebbe. E questo perché ben 2.233 dipendenti
pubblici, esclusi i dirigenti, svolgono attività sindacale. Si tratta di
un’attività non di rado a tempo pieno e questi lavoratori devono
essere sostituiti nello svolgimento delle loro mansioni.
Sono circa 700.000 i lavoratori (il 4% del totale) che godono di
permessi retribuiti per questioni sindacali e che consumano non meno di un milione di giornate lavorative. Certo l’attuale legislazione
sta contraendo questi numeri, ma solo parzialmente. Oggi
la sfida consiste nella necessità di conciliare la flessibilità richiesta
dagli imprenditori con la tutela, sacrosanta, dei diritti dei lavoratori.
Non si tratta di fare gli ultraliberisti. Tuttavia, per crescere le
nostre aziende hanno bisogno di un mercato del lavoro flessibile,
di elasticità contrattuale e di un sindacato non necessariamente antagonista.
Possiamo girarci in tondo ed edulcorare il concetto, ma
vi sono situazioni in cui è necessario licenziare, premiare il merito
(sempre) o lavorare di più (talvolta). Il lavoratore deve essere tutelato
con ammortizzatori, attività di formazione ed efficienti servizi di job
placement, non certo rendendolo illicenziabile e facendo gravare
i costi dell’azienda, magari decotta, sulla collettività. Se vi saranno
maggiori condizioni di libertà, nasceranno nuove aziende e si
creeranno nuovi posti di lavoro. Secondo gli indicatori del World
Economic Forum, la nostra produttività è frenata anche dai complessi
rapporti sindacali, che rendono difficile assumere, premiare
il merito e, talvolta, complicano le stesse relazioni tra imprenditore
e lavoratore.
Se l’impresa chiude, non ci sono diritti da garantire. Gli enormi
sacrifici in tema di pensioni chiesti agli italiani di oggi sono figli
delle pensioni baby di ieri. E, inoltre, si allarga il solco tra lavoratori
con maggiori o minori tutele. Quello stesso solco che, se vogliamo,
esiste tra giovani e vecchi nel mondo del lavoro. Il Paese non può
vivere di flessibilità, ma il sistema produttivo non può nemmeno
morire di immobilismo, di immodificabilità e le riforme che si sono
adottate nell’ultimo periodo certo non bastano. Su questi temi il
sindacato non è sembrato al passo con i tempi. Va chiarito anche
un altro aspetto. In Italia il problema non è stato prioritariamente
non poter licenziare durante la crisi, ma non poter punire un dipendente
svogliato e incapace di lavorare con i colleghi. Nel XXI
secolo l’etica del lavoro dei dipendenti è molto più importante che
nel secolo scorso. In una catena di montaggio non ci sono grandi
differenze tra lavorare bene e lavorare male: i ritmi li danno le
macchine. Ma nell’economia dei servizi l’etica del lavoro diventa
la chiave dell’efficienza: un addetto alle vendite che tratta male un
cliente e una maestra svogliata o poco attenta possono causare danni enormi. L’impossibilità da parte delle aziende italiane di sanzionare
i lavoratori con cattiva performance e premiare quelli meritevoli è
una delle cause della stagnazione della loro produttività. E certo
è questa una colpa da attribuirsi anche al sindacato. Tornando ai
giovani, resta poi il tema di quanto si sentano rappresentati dal
sindacato. I sondaggi, e ancor più la nostra esperienza, ci dicono
che la sensazione collettiva è che i sindacati tendano a rappresentare
solo i pensionati e i lavoratori dipendenti, soprattutto quelli iscritti.
Anche da qui una sfiducia evidente.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni



Massimo Blasoni

Sudditanza alla burocrazia

di Massimo Blasoni

«L’intendenza seguirà» – sentenziava Napoleone decidendo l’avanzata
delle truppe. Purtroppo da noi accade spesso il contrario, con
la politica che – magari inconsapevolmente (e si tratta allora di
una colpa ancora maggiore) – si mette volentieri a rimorchio degli
inamovibili vertici burocratici. Detentori della conoscenza dei
sottili e complessi meccanismi istituzionali, sono essi a imporre in
concreto le scelte. Dalla loro hanno un sapere astratto, ma ignorano
quasi sempre la vita delle aziende e delle persone che pretendono
di regolamentare. Negli ultimi anni si è così assistito a una curiosa
versione della sindrome di Stoccolma, con ministri e deputati che a
parole promettono processi di sburocratizzazione e semplificazione
normativa, ma che poi si vedono costretti a promuovere e approvare
provvedimenti di segno opposto, stesi in prima persona da capi
dipartimento, direttori generali e soprattutto consiglieri di Stato:
una genia di magistrati che interpreta tre parti in commedia. Essi
sono bravi a scrivere le leggi, a interpretarle e ad applicarle. Sono
davvero pochi i ministri, i sottosegretari, i presidenti di regione e
gli assessori che riescono a imporre la propria visione delle cose a
una riottosa macchina burocratica che nel tempo è riuscita a dilatare
enormemente il proprio potere.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’ Italia” di Massimo Blasoni

Poca strategia, troppa debolezza

di Massimo Blasoni


I grandi leader politici si rivelano tali per il loro saper comprendere
le questioni cruciali del tempo, se necessario andando contro
corrente. Lo fece ad esempio Bettino Craxi quando si convinse
che il salvataggio della nostra economia dovesse passare attraverso
l’abbattimento del perverso meccanismo della scala mobile, che,
sulla base di uno strampalato automatismo, faceva scattare in alto
i salari prescindendo da qualsiasi dato economico produttivo (erano
i tempi in cui a sinistra si teorizzava il salario come «variabile
indipendente» dei costi di produzione…). Aumenti di paga sì, ma
al prezzo di un’inflazione eccessiva e dunque dannosa per la stessa
capacità d’acquisto, che nel 1974 raggiunse il 24,10%. È un esempio
fra tanti altri possibili. E, guardando all’Europa, perché non ricordare
il famoso “No, no, no!” indirizzato da Margaret Thatcher a
Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea? Prima
gli interessi della Gran Bretagna, poi quelli comunitari. O il Piano
Hartz di Helmut Schröder sul mercato del lavoro. Costò le elezioni
ai socialdemocratici tedeschi, ma riuscì a contenere l’inflazione e
ad aumentare il tasso di occupazione.
Trasporti, infrastrutture, ambiente, energie, rifiuti: in Italia il
procedere delle scelte (quando ci sono state) non è parso quasi mai
frutto di una strategia consapevole e nazionale. Così per il turismo,
la cultura o il sostegno alle nostre aziende all’estero. Essere
convintamente liberisti e pensare alla centralità del singolo e, in
economia, dell’impresa, non vuol certo dire condividere l’assenza
di qualsivoglia intervento politico, ovvero politiche ondivaghe sui
temi di interesse generale. Non servono certo piani quinquennali,
tuttavia la produttività e la competitività del sistema dipendono
anche da strategie d’insieme. C’è qualcuno che intuisce un piano
vincente nella nostra offerta universitaria o nella nostra strategia
su porti e ferrovie? Occorre imporre una particolare visione delle
cose e, soprattutto, non essere disposti a barattarla in cambio di un
consenso facile e quindi effimero.
Alla maggior parte degli eletti, invece, manca l’indipendenza
necessaria per fare proposte. L’abilità, troppe volte, pare consistere
nell’intercettare gli umori dei più, per poi sostenerne le tesi. Con

questo non si vuole negare che vadano colte e interpretate le richieste
della gente, tutt’altro. Va evitata ogni chiusura dei politici in
virtuali turres eburneae. Il rapporto con la società nel suo insieme
non deve però essere acritico. Non è ammissibile dire sì a richieste
talora insostenibili e nemmeno sostenere proposte smussate fino al
punto di renderle accettabili a (quasi) tutti e quindi spesso inutili.
Nel 1987, ad esempio, un’opinione pubblica spaventata dall’incidente
al reattore sovietico di Chernobyl ha imposto la chiusura
immediata delle nostre centrali atomiche, benché si sapesse assai
bene che ne sarebbero rimaste decine in funzione a poche centinaia
di chilometri dalle nostre frontiere. Fu una scelta sbagliata, che oggi
viene scontata in termini di approvvigionamento energetico e di
mancato know how industriale in un settore cruciale.
E la difficoltà di assumere decisioni si riscontra nelle grandi come
nelle piccole questioni, sino all’ultimo inceneritore da realizzare, ma
osteggiato da qualche comitato. Non va conculcato il diritto al dissenso
dei «no Tav». Presa la decisione di realizzare l’alta velocità come qualunque
infrastruttura, occorre però essere conseguenti. Così pure quando
si toccano gli interessi di gruppi che molto condizionano. Dai notai ai
farmacisti, dagli avvocati al sindacato, sembra impossibile riformare.
La politica nel nostro Paese è eccessivamente acquiescente all’emotività
e agli interessi di larghe e piccole fasce di cittadini, comitati,
corporazioni, caste e così via.

tratto dal libro “Privatizziamo!Ridurre lo Stato, liberare l’Italia”

di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni