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L’EMERGENZA DEL PAESE È IL CALO DELLA PRODUTTIVITÀ

IL TEMPO, 9 agosto 2019

Il calo della produttività è forse il primo problema del nostro Paese. Se negli anni ’70 il sistema manifatturiero italiano lasciava al palo molte delle economie comunitarie con una brillante crescita annua della produttività, il ritmo è vistosamente rallentato nei due decenni successivi e dagli anni 2000 siamo purtroppo scivolati in fondo alla classifica. L’incremento della produttività è passato dal 6,5% del 1972, ben al di sopra del 4% tedesco, sino a ridursi a un mediocre 0,14% medio annuo nell’ultimo quinquennio: secondo l’OCSE solo la Grecia ha fatto peggio di noi nel periodo.

I motivi della nostra perdita di efficienza sono molteplici: innanzitutto la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. In Italia è difficile assumere e licenziare ma soprattutto premiare il merito. Sopra i 3.000 euro ogni incentivo economico volto ad accrescere il rendimento soggiace ad un elevatissimo cuneo fiscale che sostanzialmente dimezza la quantità di denaro disponibile per il lavoratore. Contratti troppo rigidi poi tendono a disciplinare l’orario di lavoro molto più che a valutare il numero e la qualità delle prestazioni rese in quel medesimo tempo. La spirale negativa della scarsa crescita determina minori opportunità che spingono una parte significativa dei giovani laureati italiani a cercare fortuna all’estero, così sottraendo capacità e competenze al sistema produttivo del Paese. Non aiutano nemmeno – in un mondo ormai sempre più digitale – la vocazione più umanistica che scientifica delle nostre Università così come l’assenza di una relazione virtuosa tra formatori e imprenditori che migliori il matching tra domanda e offerta.

Vi sono problemi noti, che vanno dalle tasse all’accesso al credito e alla burocrazia, ma occorre non sottacere anche la scarsa disponibilità delle nostre imprese ad investire in innovazione, con l’effetto di aumentare la distanza che ci separa dalle economie più dinamiche. La bassa spesa in ricerca e sviluppo è purtroppo una caratteristica anche della Pubblica Amministrazione: una percentuale che non supera l’1,3% del Pil contro il 2% della media UE ci relega agli ultimi posti in Europa. Ai modesti investimenti in R&S purtroppo si somma una forte contrazione delle risorse per l’innovazione di infrastrutture fisiche e soprattutto digitali. Negli ultimi dieci anni la spesa pubblica per investimenti fissi lordi in Italia è passata da 54 a 34 miliardi, mentre quella corrente continua a crescere: un errore che rischiamo di pagare a caro prezzo. Gli ultimi dati Istat segnalano però un incremento dell’occupazione. Una nota positiva? Solo in apparenza. A ben vedere la mancata crescita del Pil accompagnata dall’aumento del numero delle ore lavorate è anche un segnale di ulteriore perdita di produttività, purtroppo.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

GIUSTIZIA

di Massimo Blasoni

Scrivere di giustizia e magistratura non è semplice. Gli sberleffi alla
politica sono usuali, ma chi di noi oserebbe altrettanto con un magistrato?
La politica può essere dispensatrice di favori, ma non può
agitare lo spettro del carcere: la massima tra tutte le afflizioni che lo
Stato può infliggere al cittadino. Un sistema di pene è certo necessario,
ma nel vasto e intricato – e perciò interpretabile – corpus di norme
nessuno può essere veramente certo di non incorrere in qualche
violazione penalmente sanzionabile. Chi non ha pensato – magari a
ragione – di non essere intercettato almeno una volta? E chi non ha
la sensazione che, sottesa all’astrattezza e generalità della regola, non
ci possa essere talora qualche umana passione di chi è preposto ad
applicarla? Credo politico, «corruzione di immagine», propensione
a voler dar corpo al teorema ipotizzato non partendo dalle prove,
ma cercando prove adatte: non sono pochi i novelli Torquemada del
nostro recente passato. C’è anche l’altra faccia della medaglia, però.
«Ci sarà pure un giudice a Berlino?» – diceva Brecht, e anche questo
è il comune sentire. Perché la maggior parte di noi, come il mugnaio
di Brecht, dovendo cercare giustizia si rivolge alla magistratura: dato
che ne riconosce l’imprescindibile ruolo e l’importanza dei gesti
coraggiosi compiuti da tantissimi suoi esponenti.
Nella pubblica opinione uomini come Falcone e Borsellino, a
giusto titolo, godono di un’alta reputazione. Luci e ombre, dunque.
Vanno rilevate anche quest’ultime e resta legittimo il diritto di esprimere
critiche. Anche la magistratura oggi è una corporazione: incline
a difendere i suoi componenti, competitiva al suo interno, divisa incorrenti. Molti magistrati sono bravissimi funzionari, ma altri sono
invece convinti di potere surrogare l’inazione vera o presunta del
legislatore. Questo ben oltre la normale interpretazione giurisprudenziale.
In sostanza, si ritengono legittimati a perseguire il (supposto)
bene comune attraverso un’azione sussidiaria, quando non addirittura
sostitutiva, di quella del legislatore. Un’attività svolta nell’ambito della
propria giurisdizione e che, talvolta, sfocia in vere e proprie candidature
elettorali. Candidarsi certamente non è vietato, ma certo induce
a sospettare che chi è oggi esplicitamente di parte, ieri non fosse
completamente imparziale. Magari quando giudicava quelli che oggi
sono i suoi avversari politici. E se per la politica, per dirla con Antonio
Gramsci, la magistratura è una casamatta del potere, bisogna anche
dire che le forze politiche ben di rado hanno affrontato con successo
il tema delle necessarie riforme del potere giudiziario. Quis custodiet
custodes? Chi ha la forza di affrontare le doverose riforme?
Eppure, ad esempio, ormai nell’opinione comune la separazione
delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante
è considerata una condizione minima affinché si abbia un ordinamento
giuridico funzionante. Accusa, difesa e un giudice terzo. Non
è pensabile che il magistrato che il mese prima era accusatore, ora
si erga a giudice. Passando d’emblée da un ruolo all’altro.
Per giunta, i giudici giudicano se stessi, quasi in virtù di un
privilegio medievale, e si autogovernano decidendo gli avanzamenti
di carriera. Nessun soggetto terzo ne può valutare la produttività,
che qualche volta è obiettivamente scadente. Hanno una propria
polizia, la polizia giudiziaria, e a ogni tentativo – non sempre inverecondo
– di proporre qualche riforma dell’ordine giudiziario
il sindacato di categoria erige barricate insormontabili. Quanto a
casta anche la magistratura autorevolmente si iscrive ai primi posti
nella classifica dei privilegi. I giudici penali e civili avevano fino a
pochi mesi fa 45 giorni di ferie, che diventano quasi tre mesi per
quelli che hanno giurisdizione amministrativa: non è certo così per
tutti i lavoratori in Italia. Possono svolgere attività extragiudiziarie
lautamente retribuite. E le toghe fuori ruolo, cioè quelle che stanno
facendo altro, continuano a percepire lo stipendio, al quale si
aggiungono indennità per gli altri incarichi. Nel 2014 i fuori ruolo
erano 277, malgrado i 1.400 posti vacanti negli uffici giudiziari, soprattutto nelle sedi disagiate. Tra loro ovviamente anche quelli
che fanno politica e sono eletti.
La progressione di carriera non è legata al merito, ma è automatica.
Dunque, tutti fanno carriera e questo non è certo uno stimolo
alla produttività. Chi vuole lavora, chi no si astiene. La spesa pubblica
complessiva per i tribunali e la procura supera i 7,5 miliardi
di euro ed è la seconda in Europa, i dati sono della Commissione
europea sull’efficienza della giustizia. Potremmo aspettarci migliori
risultati? Maggiore rapidità?
È difficile pensare che la magistratura possa riformare se stessa.
Per i motivi più volte esposti siamo inclini a sostenere le riforme che
riguardano gli altri. Dunque, è molto difficile autoriformarsi. Tuttavia,
una cosa è certa: i tempi dilatati e le inefficienze finiscono per
avere conseguenze non solo su temi rilevantissimi (legati alle libertà
individuali), ma hanno anche pesantissime ricadute economiche.
Secondo il rapporto Doing Business 2015 della Banca Mondiale,
la lentezza della giustizia, soprattutto civile, ci fa perdere un punto
percentuale di pil all’anno e ci posiziona al 147esimo posto su 183
Paesi in quanto a tempi ed efficacia nella risoluzione dei contratti
civili. Le nostre cause civili durano mediamente sette anni e questo
non contribuisce certo ad attrarre investimenti in Italia. E se dei
tempi della giustizia soffrono tutti i cittadini, per le imprese è forse
ancora peggio. Pesano come macigni sull’economia ben quattro
milioni di cause pendenti e contenziosi civili in primo grado con
590 giorni medi, contro i 264 della Spagna, i 311 della Francia e
i 183 della Germania (fonte ancora la Commissione europea per
l’efficienza della giustizia nel Consiglio d’Europa). Per le imprese
straniere, è più che evidente, questo è uno tra i maggiori deterrenti
a investire in Italia.
Non si parli poi delle cause di lavoro. Secondo una recente indagine,
in primo grado a Roma vi è una forbice che varia da 284 a 569
giorni, a Milano e Torino da 193 a 333 giorni. Nei fatti sono ancora
necessari da poco meno di un anno a due anni per decidere se un
licenziamento sia giustificato oppure no. Per una piccola azienda
può significare il fallimento.
Inoltre che dire degli scontri istituzionali tra governo e magistratura?
Vengono in mente l’Ilva e l’acciaio italiano, dunque il rischio che scelte della magistratura possano mettere a repentaglio
migliaia di posti di lavoro e un settore strategico. Certo le leggi vanno
applicate, ma occorre operare con responsabilità.
Resta da accennare alla sostanziale irresponsabilità civile dei
magistrati. Sino al 2015 la responsabilità dei giudici era disciplinata
per i casi di «dolo» e «colpa grave» dalla legge “Vassalli” (117/88)
introdotta dopo un referendum che a larghissima maggioranza chiedeva
vi fossero sanzioni anche per i magistrati che sbagliavano. In
27 anni di applicazione su 400 ricorsi si sono registrate solo sette
condanne: meno del 2%. Forse perché è la corporazione a giudicare
se stessa? La nuova norma introdotta nel 2015 sulla spinta di una
sentenza della Corte di Giustizia europea del 24 novembre 2011 non
pare cambiare di molto le cose. Perché la responsabilità dei giudici
resta indiretta, cioè eventualmente prima paga lo Stato che poi si
rivale. E, inoltre, affinché vi sia colpa grave, quindi sanzioni, il travisamento
delle prove o dei fatti deve essere «macroscopico». Solo
gli errori macroscopici, cioè mai. Questo almeno si può sospettare.
E anche sulla obbligatorietà dell’azione penale ci sarebbe molto
da dire in fatto di eccessiva discrezionalità. Occorre allora mettere
mano a regole nuove che premino di più il merito, che rendano maggiormente
responsabili i magistrati e ne incentivino la produttività
e, anche con riferimento all’ordine giudiziario, abbiamo il dovere di
domandarci perché un lavoratore privato debba rischiare il licenziamento
e un’impresa ogni giorno la sua sussistenza, mentre resta
un dogma l’illicenziabilità nel comparto pubblico?

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni