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LE TASSE

di Massimo Blasoni

Il funzionamento dello Stato rende necessario il pagamento delle tasse,
che non sono avvertite come pregiudizialmente ingiuste se la sensazione
è quella di un’equa controprestazione in servizi di interesse collettivo:
strade, sicurezza, scuole. Si può discettare di quanto ampia debba essere
la platea di questi servizi e in che misura competano allo Stato (per chi
scrive – come si chiarirà in seguito – si tratta in ogni caso di servizi
acquistati dallo Stato sul mercato e non direttamente prodotti)), ma
questo cedere una parte della propria libertà (qui intesa come una parte
delle risorse prodotte con il proprio lavoro) e il demandarne l’utilizzo
ai propri rappresentanti eletti, in democrazia, è la norma. Il tema si
complica quando l’entità delle tasse è eccessiva e quando viene avvertita
come sperequata rispetto all’efficienza dei servizi. Di più, quando la
leva fiscale viene utilizzata in parte rilevante per spese ritenute inutili o
per nutrire l’apparato stesso delle istituzioni. Un’avversione che cresce
ancor più quando le imposte servono a sanare i deficit di fallimentari
avventure imprenditoriali di Stato (da Montedison ad Alitalia) o quando
si costruiscono strade al doppio del loro costo oppure opere di scarso
interesse, a inseguire la vanagloria del governante di turno quando non
più privati interessi. La tassazione rischia di diventare il cuore pulsante
di una sorta di religione civile. Una statolatria che vede il cittadino
privato del diritto a una controprestazione puntuale (il sinallagma tra
imposta e specifico servizio non c’è). Le aliquote fiscali non sono l’espressione
di una tassazione ritenuta equa sulla cui base commisurare
la spesa pubblica. All’opposto, è la quantità di spesa a stabilire ogni aumento
del carico fiscale e la spesa cresce inarrestabilmente. Non aiutano
poi certamente né il fatto che il gettito tributario si componga di mille
diversi balzelli, né la loro complessità e il costante mutare delle regole
del gioco. Dalla legge “Sella” nel 1871 fino a Thaon Di Revel, da Vanoni
nel dopoguerra fino a Preti, e poi giù giù fino a Visco e ai giorni nostri,
tutti hanno voluto riordinare finendo quasi sempre per complicare. Le
imposte in Italia, oltre a essere avvertite come eccessive dai cittadini,
hanno condizionato la crescita dell’economia.
Una delle ragioni cruciali della nostra crisi (e della crisi europea
entro cui essa si colloca) è da individuare proprio nell’espansione
del prelievo fiscale.
Se non si riuscirà a invertire il processo in atto, questo crescente
spostamento di risorse dal settore privato al settore pubblico è
destinato a mettere in grave crisi l’intera società occidentale. Nel
corso della storia sono numerose le società fallite a causa di una
tassazione abnorme: deve allora farci riflettere il fatto che nel corso
del ventesimo secolo, nonostante il massiccio ricorso all’indebitamento
e all’espansione monetaria, la tassazione abbia raggiunto
livelli sempre più alti e sia aumentata mediamente di cinque volte
nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Questa impennata della pressione fiscale nei Paesi europei è
stata resa possibile dalla formidabile crescita economica conosciuta
in questa fase storica. Livelli di prelievo che sarebbero stati considerati
insopportabili da una società povera e senza alcuna capacità
di sviluppo sono stati accettati, senza troppe reazioni, nelle fasi di
boom ed espansione. Oggi le cose sono cambiate. Il nostro Paese ha
uno dei sistemi tributari più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione
fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema
amministrativo è barocco, confuso e costoso in termini di tempo e
risorse. E, soprattutto, lo Stato spende male.
Nel nostro Paese questa dilatazione del prelievo tributario ha
raggiunto livelli elevati, soprattutto negli ultimi venticinque anni, così
che oggi la situazione è divenuta insostenibile. Dal 2005 al 2015 la
pressione fiscale (apparente) è salita di 4 punti percentuali, passando
dal 39% al 43%. In Europa questo è un primato. Nessuno è cresciuto
come noi: i tedeschi hanno visto aumentare la pressione fiscale su
Pil di non più di un punto percentuale, spagnoli e inglesi l’hanno
ridotta. Il maggior peso per gli italiani è stato di decine di miliardi
e questo spiega in parte le difficoltà delle famiglie e di un sistema
produttivo in cui troppe aziende chiudono o subiscono significative
contrazioni. La pressione fiscale reale, cioè tenendo in conto del
sommerso che non paga imposte, è oggi in Italia sopra il 50%.
Quando un’economia indietreggia e la pressione fiscale cresce,
è irragionevole attendersi una ripresa.
Vanno ricordati ovviamente anche il cosiddetto cuneo fiscale e la
total tax rate per le imprese. Entrambi ci collocano tra i peggiori Paesi
al mondo. Il nostro costo del lavoro è alto: è noto. Il problema più
rilevante è che una parte eccessiva di quei denari non finisce in tasca
ai lavoratori, ma in tasse. Esattamente il 48,2% nel 2014, contro una
media Ocse del 36%. Una percentuale molto più alta che in Giappone
o Usa, entrambi intorno al 30%, o in Spagna 41% e Olanda (38%.
Quanto alla total tax rate, cioè al carico fiscale complessivo di ogni
tributo compreso che grava sui profitti delle imprese, vale la pena di
citare qualche dato. In Italia è il 65,4% (fonte Doing Business 2015),
in Germania è il 48,8%, nel Regno Unito il 33,7%, in Irlanda il 25,9%.
Un peso obiettivamente eccessivo, che disincentiva l’intrapresa
in Italia e gli investimenti esteri. A peggiorare la situazione si aggiunge
il numero rilevante di adempimenti: un medio imprenditore
italiano ne effettua 15 ogni anno tra Ires, Irap, tasse sugli immobili
e contributi. I versamenti allo Stato per un suo collega tedesco, invece,
sono sei in meno e sette in meno per gli imprenditori inglesi,
spagnoli e francesi. Non è finita, il rapporto annuale della Banca
Mondiale ci segnala che a un medio imprenditore italiano servono
269 ore l’anno per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo
omologo inglese, se vogliamo un’ulteriore tassa. Nel ranking generale
che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale preso nei
suoi vari aspetti (peso, complessità, tempi di pagamento), l’Italia si
classifica tristemente ultima a livello continentale.
Anche la retorica della lotta all’evasione non ha portato a grandi
risultati: gli importi recuperati sono di norma modesti. Per anni una
quota significativa dell’economia è riuscita a sopravvivere in virtù
di una limitata accettazione dell’evasione fiscale e del mercato nero
da parte del sistema tributario; invece che lasciarsi alle spalle simili
logiche con la riduzione della tassazione e il conseguente incentivo
a uscire dall’illegalità, si è preferito reprimere ma senza successo.
In via generale e a ogni passo, sono state ipotizzate riduzioni del
carico fiscale che è invece sempre aumentato. Il risultato è stato
una dilatazione della quota di ricchezza tolta ogni anno a famiglie
e imprese per essere gestita dal settore pubblico.
Spesso le operazioni di riforma del sistema, che talora sono state
annunciate come riduzioni del prelievo, nei fatti hanno finito per
pesare sempre più sui bilanci di famiglie e imprese.
Nel 2014 si è proceduto ad abbassare l’Irpef sui ceti medio-bassi,
ma al tempo stesso è salito il prelievo sugli immobili e sono state
introdotte tasse sul risparmio. Anche le promesse di contrazione
delle tasse nel 2015-2016 paiono tradursi in sostanziali «partite di
giro» con il contribuente: tolgo una gabella, ma ne impongo un’altra.
Eccessivamente oneroso, complesso, colpevole di disincentivare
la libera iniziativa e togliere la voglia di lavorare, il sistema tributario
italiano ha anche un altro grave vizio, che in larga misura spiega come
sia stato possibile giungere al disastro attuale. Si tratta del fatto che il
nostro fisco è troppo spesso occulto. In altre parole, quanti versano soldi
allo Stato non ne hanno sempre consapevolezza piena e in tal modo
non sono in grado di valutare quanto per loro sia oneroso il sistema
tributario attuale. Il prelievo alla fonte e l’imposizione indiretta (l’Iva e
non solo) rappresentano imposizioni fiscali di cui gli italiani sono certo
a conoscenza, ma di cui faticano a valutare il peso. In Italia le imposte
sul risparmio – capital gain, imposte di bollo, Tobin Tax – sono cresciute
di nove miliardi dal 2011 al 2015. Le sole imposte di bollo sui depositi
e strumenti finanziari sono aumentate nel periodo di quattro miliardi.
Nell’affastellarsi di acronimi le imposte complessive sulla casa sono
aumentate dal 2010 al 2014 da 38,5 a oltre 50 miliardi (fonte ImpresaLavoro).
Un incremento non così evidente proprio perché le imposte sono
molte e la legislazione è in costante evoluzione Se però la democrazia
si regge sul principio einaudiano del «conoscere per deliberare», com’è
possibile giudicare politiche e governanti quando non è facile sapere
quale sia stato l’onere che si è dovuto sopportare?
In linea puramente teorica, il rapporto tra Stato e cittadino
dovrebbe reggersi su una chiara definizione di quanto il cittadino
riceve (servizi e beni pubblici) e di quanto egli è chiamato a dare.
Ma l’ordinamento fiscale sembra talora pensato proprio per rendere
poco trasparente la relazione tra potere e società.
Ne conseguono effetti molteplici e perniciosi: la compressione
dei consumi e il disincentivo agli investimenti esteri, in primo luogo.
Ma altre conseguenze sono la scarsa spinta all’innovazione (che non
è certo defiscalizzata) del sistema produttivo, la bassa competitività
delle nostre aziende rispetto a quelle di Paesi esteri con un total tax
rate decisamente inferiore, l’incentivo all’evasione.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

NIENTE RIPARTENZA SE LE AZIENDE RESTANO A SECCO

LIBERO, 3 Gennaio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le bariche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione.

La conclusione del Quantitative Easing, con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bee: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa.

Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

LA SPESA PUBBLICA

di Massimo Blasoni

Il livello alto e soprattutto poco produttivo della nostra spesa è un
fatto assodato. È pletorico ricordare le diecimila sedi ministeriali o i
costi di un sistema pensionistico troppo generoso nel passato e di un
esorbitante impiego pubblico. Non serve rammentare la sua crescita
inarrestabile dal dopoguerra a oggi e la sequela di sprechi di cui la
maggioranza di noi ha di norma un’esperienza diretta. Tanto per dare
un’idea il rapporto tra spesa e pil era del 31% nel 1937 e rimase stabile
nei decenni successivi arrivando a superare la soglia del 40% solo alla
fine degli anni ’70. Il rapporto crebbe ancora negli anni successivi e la
spesa arrivò a rappresentare il 50% dell’intero prodotto interno lordo.
Al di là dell’enorme dimensione della spesa, quello che va rimarcato è
l’incapacità italiana di porre un freno al suo incremento malgrado la
grave crisi. La spesa pubblica aumenta in Italia in rapporto al pil dal
47,8% del 2008 al 51,1% del 2014: un balzo in avanti, durante la crisi,
di 3,3 punti percentuali e superiore alla media dei Paesi dell’Unione
Europea (+1,6%). La Spagna fa meglio di noi (+2,5%) e la Germania
rimane sostanzialmente stabile. Scende invece il Regno Unito che
riesce a tagliare la sua spesa di 2,2 punti percentuali sul pil. Questi
dati tengono conto degli interessi sul debito perché se il riferimento
fosse alla spesa primaria si dovrebbe rilevare che siamo tra i pochissimi
in Europa che la vedono in aumento. Se poi dalle percentuali
sul pil passiamo ai valori assoluti ci accorgiamo che la nostra spesa
è passata da 780 miliardi nel 2008 agli 826 del 2014. Colpisce che vi
sia incremento, malgrado gli investimenti scendano. Insomma cresce
molto la parte corrente (stipendi, pensioni, acquisto di beni e servizi)
e si riduce invece quella per investimenti (strade, infrastrutture). In
questo stesso periodo l’Italia ha tagliato del 30% la spesa pubblica per
investimenti, che è passata dai 54,2 miliardi ai 38,3 dello scorso anno.
Mentre Germania e Francia sono rimaste stabili (con una contrazione
rispettivamente dello 0,1% e dello 0,3%). Dunque spendiamo di più
per la gestione corrente che per ammodernare il Paese e, anzi, i costi
pubblici crescono malgrado il forte taglio degli investimenti.
Pare interessante capire anche quali voci di spesa aumentino e
quali si riducano. Dal 2008 al 2014 – il periodo di riferimento – si
è tagliata la spesa per l’istruzione di sei miliardi (da 71 a 65) che invece nell’area euro è cresciuta. Si è anche ridotta di 1,8 miliardi la
spesa per la cultura, mentre sono salite quelle per la salute e per la
sicurezza. In crescita anche la spesa per le politiche sociali (+30%
gli invalidi civili) e quella per le pensioni e per l’impiego pubblico.
Il confronto con Paesi come il Regno Unito è impietoso. Lì la spesa
pubblica primaria è stata effettivamente ridotta. E i livelli di crescita
sono decisamente superiori ai nostri.
Il governo di David Cameron ha ridotto tra il 2010 e il 2013 la
spesa di una quantità che, tradotta in termini italiani, equivale a 16
miliardi di euro l’anno. In un triennio sono quasi 50 miliardi di minori
spese. Oggi l’economia britannica, nonostante sia stata colpita da una
crisi finanziaria più grave di quella che ha investito l’Italia, cresce tra il
2 e il 3% annuo. In Italia la crescita non ha superato lo 0,9% nel 2015.
Da noi la spending review è rimasta nel cassetto. Prima i dieci
incaricati da Padoa-Schioppa, poi nel 2012 Enrico Bondi, poi Piero
Giarda per arrivare con il governo Letta a Carlo Cottarelli e ora a Yoram
Gutgeld e a Roberto Perotti con Renzi Presidente del Consiglio. I
commissari alla revisione della spesa sono stati molteplici negli ultimi
anni, ma i risultati sono ben scarsi. Ovvero nulli, almeno a vedere il
segno «più» sui dati di bilancio alla voce uscite. Cottarelli stimò una
possibile contrazione strutturale dei costi (cioè durevole nel tempo)
in 42,8 miliardi annui. Un obiettivo certamente ambizioso. Se si fosse
avuto, più modestamente, un andamento della spesa primaria pari
a quello della media della zona euro dal 2010 a oggi, il risparmio
sarebbe quest’anno di una trentina di miliardi. L’Italia invece, pur la
più indebitata, ha visto crescere i propri costi. E non di poco. Perché
in Italia è tanto difficile ridurre la spesa? Il vero motivo risiede nel
grande spazio che Stato, regioni e comuni, in una parola la politica,
occupano nell’economia nazionale. Fintanto che quello spazio non
verrà drasticamente ridotto, la spesa potrà essere contenuta, ma non
scenderà abbastanza da consentire il taglio significativo delle tasse.
Lo Stato che spende non brilla affatto per oculatezza e se la spesa
è improduttiva non genera effetti moltiplicatori. Quegli stessi denari
in mano a famiglie e imprese, di norma, sarebbero invece un volano
per l’economia perché spesi meglio e più rapidamente. Pensandoci,
non è infondata la massima di Friedman: «Quando spendi i tuoi
soldi per te, usi la massima attenzione; quando spendi i tuoi soldi per gli altri, stai attento a quanto spendi, ma non alla qualità di cosa
compri; quando spendi i soldi degli altri per te, stai attento a cosa
compri, ma non a quanto spendi; quando infine spendi i soldi degli
altri per gli altri, spesso non ti interessa né cosa compri né quanto
spendi». Come spesso avviene quando a comprare è lo Stato.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni


Il debito, la spesa pubblica e le tasse

IL DEBITO

di Massimo Blasoni

In sé il debito non è tout court negativo. Risorse temporaneamente
spese anche in deficit per l’ammodernamento infrastrutturale, per
opere strategiche, possono corroborare la crescita di un Paese. Diventa
invece una terribile zavorra se le sue dimensioni sovrastano
il pil e se con quei denari, anziché creare condizioni di innovazione
e sviluppo, si è nutrita una spesa inefficiente e l’inclinazione a
risolvere problemi e tensioni sociali spendendo più di quello che
si incassa, malgrado un’imposizione fiscale enorme, come quella
italiana.
L’espansione del debito pubblico è un dato comune a tante democrazie
occidentali. In un loro ormai classico studio, James Buchanan
e Richard Wagner parlarono di «democrazie in deficit»,
mostrando le ragioni strutturali che inducono le classi politiche
a espandere la spesa senza ricorrere soltanto alla tassazione, ma
dilatando il debito. Sostengono, infatti, che ogni forza di governo
non indifferente al consenso e al progetto di restare al potere non
possa che adottare in qualche modo tale strategia.
Ovviamente queste scelte di spesa finanziate dal ricorso al prestito,
se smodate, penalizzano le generazioni a venire, ma nel breve
periodo (quello che conduce alle elezioni) evitano di accrescere la
pressione fiscale ovvero di ridurre la spesa pubblica e urtare in tal
modo i cittadini elettori.
Questo è vero un po’ ovunque e non a caso il debito pubblico
è un tratto comune di situazioni molto diverse. D’altra parte, la
spesa pubblica ha avuto un ruolo importante dopo il crollo di Wall
Street del 1929 e nelle prime fasi del dopoguerra europeo, per fare
qualche esempio.
In Italia, però, il debito ha assunto un carattere abnorme (superiore
al 130% del pil) a causa della particolare inadeguatezza dei
governi, che ne hanno abusato oltre misura e anche a causa di squilibri
sociali e territoriali cui si sono date non già risposte di mercato,
basate sullo sviluppo, ma semplicemente assistenziali. Ora però i
nodi vengono al pettine.
La situazione è resa ancor più drammatica dal fatto che al debito
pubblico va aggiunto quello pensionistico, troppo spesso sottovalutato
e che invece ha dimensioni perfino superiori. In definitiva,
l’Italia non soltanto è esposta di fronte ai titolari dei bond di Stato,
ma anche nei confronti di tutti coloro che in questi anni hanno
versato contributi previdenziali che non sono stati accantonati e
investiti allo scopo di finanziare la loro vecchiaia. Quei soldi sono
stati non di rado utilizzati per attribuire pensioni a chi non ne aveva
titolo o anche per altri scopi di natura «sociale» o pseudo tale: e
così oggi i lavoratori si trovano costretti a versare contributi altissimi
per offrire una previdenza, anche modesta, alla gran massa di
persone anziane del Paese. Salvo rischiare di non ricevere in futuro
la propria pensione.
Non bisogna dimenticare, per giunta, che sul piano demografico
dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un baby boom e ora
quelle generazioni sono giunte alla terza e quarta età. Numericamente
consistenti e politicamente assai dinamici (dal Sessantotto in
poi), questi figli di un’Italia incapace di gestire con responsabilità
la propria crescita hanno saputo strappare tutta una serie di «diritti
sociali» che sono stati spesso elargiti anche in assenza di una vera
copertura finanziaria.
Il risultato è che un lavoratore che oggi entra nel mercato del lavoro
deve dedicare una parte significativa del proprio anno lavorativo
a finanziare il debito pubblico, che è stato accumulato da chi negli
anni scorsi è vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e le pensioni
destinate a chi ha versato soldi che sono stati malamente utilizzati.
Non è sempre stato così. I numeri che si raccolgono dal secondo
dopoguerra mostrano che il nostro Paese è ripartito in condizioni di
estrema sostenibilità del debito (valori addirittura inferiori al 40%
del Pil fino ai primi anni Settanta), per poi vedere i propri conti
messi in crisi dal deficit cumulato soprattutto negli anni Ottanta.
In quell’ultimo decennio di Prima Repubblica, infatti, il rapporto
tra debito e pil superò prima la soglia del 60%, per poi avvicinarsi
rapidamente a quella del 100%, sfondata proprio in corrispondenza
alla firma, travagliata, del Trattato di Maastricht del febbraio 1992,
che consentiva al nostro Paese l’ingresso in Europa in cambio
dell’impegno a ricondurre il rapporto debito/pil entro quel 60% in
un lasso di tempo «adeguato».
Proprio in quell’anno l’Italia si ritrovò nel mezzo della crisi finanziaria
più grave del dopoguerra, con il governo Amato in piena
Tangentopoli costretto alle misure più radicali e drastiche per risanare
i conti pubblici, come quella di elevare il livello di tassazione,
introdurre una patrimoniale sugli immobili (antesignana dell’Imu)
e una anche sui conti correnti, tramite il prelievo a sorpresa, in una
notte di luglio, del 6 per mille dai depositi degli italiani.
Nonostante queste misure, il 16 settembre del 1992 in uno degli
attacchi speculativi di maggior successo della storia, George Soros
mise in ginocchio la lira costringendoci a una svalutazione del 30%
e all’uscita dall’allora Sistema Monetario Europeo.
La Seconda Repubblica ereditò quindi un debito pubblico al 120%
del pil, ma riuscì a ricondurlo, grazie anche al contributo della crescita
economica, al di sotto del 110% prima dell’avvento dell’euro, e fino
quasi al 100% successivamente. La grave crisi di origine finanziaria che
perdura dal 2007 ha però vanificato questi sforzi, riportando il rapporto
tra debito e pil rapidamente al di sopra del 130%, il livello attuale.
Ciò che è successo nel 2011 (lo spread, la lettera di Draghi a
Trichet) ha a che fare con i mercati finanziari e la speculazione
internazionale che, quasi vent’anni dopo, ha messo in ginocchio
ancora una volta il nostro sistema di finanza pubblica, cogliendolo
nuovamente «scoperto» dalle protezioni che sarebbero arrivate
solamente più tardi, grazie agli interventi straordinari della Bce.
Il nostro è, infatti, un debito pubblico che, specie dopo l’apertura
del mercato dei capitali, non è solo in mani italiane. Con le ovvie
conseguenze.
Dunque, il crescere del debito è frutto di eccesso di spesa e di
congiunture internazionali.
Potremmo dire che il mondo della finanza internazionale non
perdona: ha punito il nostro debito nel 2011 e nel 2012 così come
vent’anni prima, e ora ci ritroviamo a incassare un suo peggioramento
nel rapporto con il pil, che ha superato il vecchio record (fermo
al 124% di vent’anni fa). Ma tutto ciò è accaduto evidentemente a
causa di una situazione formatasi, come già accennato, in un periodo
storico ben definito e ormai lontano, che può individuarsi
soprattutto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta del
secolo scorso, quando si è speso troppo.
Restano tre dati. In primo luogo, nel Paese la spesa pubblica è
stata sovradimensionata. Nel decennio 2000-2010 le regioni da sole
hanno aumentato la spesa di 90 miliardi e, allo stesso tempo, la spesa
dello Stato, complessivamente, è cresciuta. In secondo luogo, abbiamo
speso spesso male, finanziando la cassa più che gli investimenti:
scegliendo la logica del day by day, anziché innovare strutturalmente
il Paese. In terzo luogo, infine, malgrado l’avanzo primario, il debito a
causa del costo degli interessi continua a crescere e anche una robusta
spending review (che pure ovviamente va fatta) non ne ridurrebbe le
proporzioni in termini significativi, visto il periodo di scarsa crescita.
Qualcuno crede che sia possibile rispettare il Fiscal Compact? Che
sia possibile ridurre di decine di miliardi l’anno il debito pubblico? La
spending review ha determinato risparmi non significativi: si è ben lontani
dalle decine di miliardi l’anno che ogni recente governo si era ripromesso
di conseguire. Anzi, la spesa al netto degli interessi negli ultimi
tre anni è continuata a crescere: si sono ridotti gli interessi, non i costi
dello Stato. Dunque, più che sul numeratore (debito pubblico) occorre
lavorare sul denominatore. Cioè sullo sviluppo e sulla crescita del pil.
In effetti, alla fine si è costretti a tornare sempre al punto di
partenza: alla necessità che l’economia si rimetta in moto e si creino
quindi condizioni strutturali che favoriscano l’azione degli imprenditori,
attuali e futuri. Il giorno in cui l’Italia tornasse a vedere
aumentare fatturati, profitti e occupazione, anche il nostro debito
sarebbe giudicato diversamente e certo sarebbe più facile ridurlo. A
lungo ci è stato detto che è l’entità del debito ad allontanare gli investimenti
e a farci punire dai mercati. Questo è vero, ma solo in parte.
Lo sviluppo Usa e di molti altri Paesi rende accettabili debiti sovrani
di ragguardevole entità. Fa premio la crescita: per questo dobbiamo
mettere al centro lo sviluppo e l’espansione della nostra economia
e convincerci che l’unica soluzione è privatizzare e ridurre lo Stato

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni

MENO STATO

di Massimo Blasoni

Non esistono ricette dirimenti e valide per tutte le stagioni. Tuttavia, preso atto delle storture nostre e del nostro Paese e della necessità di rimboccarci le maniche, è necessario proporre una strada. Privatizziamo!, per chi scrive, in una prospettiva liberale è il primo punto dell’agenda. Le tasse sono passate dal 25% del pil nel 1975 al 50% di oggi perché lo Stato e i suoi apparati sono enormemente cresciuti, e questo ci frena. Giustizia sociale, democrazia, libertà e diritto sono più facilmente garantiti in una società che cresce e produce ricchezza. Non perché l’economia sia l’antecedente della politica, come credono, ad esempio, i marxisti, e tutto si risolva nell’ambito delle relazioni economiche tra gli uomini. Piuttosto nutrendo la convinzione che il lavoro, un’equa retribuzione o sistemi pensionistici e sanitari, universali ed efficienti, non sono garantiti«per decreto», ma sono il pro dotto di un’economia libera e di produttori messi nella condizione di creare ricchezza. Occorre creare le condizioni perché ciò avvenga, non dirigisticamente o con spese e investimenti pubblici enormi, semmai agevolando le condizioni dello sviluppo. Dunque, in politica interna con liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzione delle imposte, minore burocrazia; con interventi autorevoli su temi chiave e trattati internazionali, in politica estera. Questi obiettivi necessitano di una riduzione sostanziale degli apparati e della sfera di azione della pubblica amministrazione. Non un’ Italia senza Stato, ma con uno Stato che legifera e vigila, non che produce e pervasivamente di tutto si occupa. Lo Stato non può, né deve sottrarsi a interventi strategici (infrastrutture, energia, rapporti internazionali), ma la sua azione deve essere solo la cornice all’attività dei privati. Un’economia statizzata e l’onnipresenza della pubblica amministrazione riecheggiano il socialismo reale, mentre il libero dispiegarsi delle relazioni economiche tra cittadini accresce la ricchezza. L’attuale visione, nei fatti monista, impostata su fisco e statolatria, è forse il nostro primo problema.

È necessario, invece, essere dalla parte dei produttori (impresa e lavoratori) e dunque ripensare ogni intervento legislativo e amministrativo, premiando gli interessi della produzione cioè del complesso dell’attività dei singoli italiani. La produzione come stella polare, co- me categoria informatrice, almeno sino all’effettiva uscita dalla crisi, che non è quella odierna, ma quella profonda e di lungo periodo che non sembra ancora esaurita. Questo poiché – come detto – le esigenze di occupazione, welfare e benessere trovano risposta in essa, così la giustizia sociale che non può essere solo astrattamente enunciata, ma necessita di risorse per realizzarsi. Porre al centro la produzione (e dunque l’efficienza) oggi, a giudizio di chi scrive, necessita di una drastica azione con riferimento a:

  1. contrazione delle imposte, finanziata, se necessario, anche in deficit nella prima fase per far fronte all’iniziale minor gettito tributario;
  2. semplificazione legislativa e amministrativa massime;
  3. privatizzazione della stragrande maggioranza delle partecipazioni statali e dei servizi pubblici (della gestione dei servizi e talvolta dei servizi in sé). Per chiarire: dall’università alla sanità, dagli uffici comunali, all’acqua;
  4. drastica riduzione della spesa pubblica;
  5. riduzione del numero degli enti locali, degli enti pubblici, uffici dello Stato e, in complesso, dell’apparato amministrativo con sottrazione all’ambito pubblico di ogni funzione delegabile all’attività privata;
  6. liberalizzazioni;
  7. amplissima flessibilità in uscita ed entrata nel mercato del lavoro, estesa a tutti sia nell’impiego pubblico (fortemente ridotto) sia in quello privato, con ampio margine per le riorganizzazioni;
  1. politiche delle infrastrutture, dell’energia e strategie di sostegno al sistema produttivo;
  2. ridefinizione delle politiche e dei trattati

Si tratta di una ricetta drastica, liberista e nazionale: è chiaro. Mentre la teoria keynesiana ha sempre privilegiato il consumo se- condo logiche sostanzialmente meccanicistiche (illudendosi che fosse sufficiente elargire risorse per mettere in moto lo sviluppo), gli economisti liberali – da Jean-Baptiste Say fino a Joseph Schumpeter e Israel Kirzner – hanno insistito correttamente a più riprese sul ruolo imprescindibile dell’iniziativa imprenditoriale.

Questa economia dell’offerta, basata sull’idea che senza produzione e senza una produzione ispirata dalla ricerca della soddisfazione del pubblico non ci può essere crescita né sviluppo, fu anche alla base della rivoluzione reaganiana degli anni Ottanta. Senza la cosiddetta supply-side economics, che valorizzava appunto il ruolo delle imprese e della creatività del lavoro, non ci sarebbe stata, ad esempio, la Silicon Valley e tutto quello sviluppo di informatica e telematica che ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere e produrre.

Questa strada orientata verso liberalizzazioni e privatizzazioni radicali è ineludibile e, nel contempo, concretamente realizzabile. Nel 2015 si è assistito a tre fenomeni. Primo, il debito pubblico è aumentato di ulteriori decine di miliardi e le serie degli ultimi anni fanno pensare a una progressione inarrestabile. Secondo, il gettito tributario è restato sostanzialmente pari a quello del 2014, malgrado l’incremento della pressione fiscale su cittadini e imprese. Terzo, la crescita non riparte in termini sufficienti e il pil reale è inferiore oggi a quello di 15 anni fa.

Perciò, o si chiudono entrambi gli occhi e si spera in una ripresa generalizzata che ci trascini (ma, va ricordato che, diversamente dall’ Italia, la maggior parte dei Paesi europei ha oggi un PIL reale maggiore di quello precrisi) e si accetta il rischio di un graduale impoverimento, oppure va approvata una ricetta estrema, senza tentennamenti. Porre le istituzioni e gli italiani dalla parte della produzione (essendo ognuno di noi produttore) significa pensare che le idee e l’efficienza del lavoro, in un contesto fortemente semplificato e con minore presenza dello Stato, sono l’unica possibilità per uscire dal tunnel e lasciare uno spazio alle speranze dei nostri figli.

– tratto da Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia- di Massimo Blasoni