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IN ITALIA CAMBIANO CONTINUAMENTE I GOVERNI MA LA CORSA VERSO LO SFASCIO NON RALLENTA MAI

ITALIA OGGI, 25 settembre 2019

La politica nazionale conta? Ovviamente, ma molto meno che in passato e soprattutto il mutare di orientamento dei governi che si succedono non sembra avere effetti significativi almeno sulle tasse che paghiamo e sulla crescita del debito. Insomma, al di là delle dichiarazioni roboanti dei sette governi che abbiamo avuto dal 2006 ad oggi, la pressione fiscale è rimasta sempre in uno strettissimo corridoio che va dal 41,5% del 2007 all’attuale 42,1%. Modestissime differenze ben poco condizionate dai diversi orientamenti: siamo passati dal centro-destra al centro-sinistra fino all’ultimo governo giallo-verde.

Anche la crescita del debito nel periodo ha conosciuto una progressione sostanzialmente omogenea, indipendentemente dal colore politico di chi governava. Questo non vuol dire che le scelte dei partiti non ricadano pesantemente su ognuno di noi ma ciò avviene non come un tempo, soprattutto al nord. Nell’economia globale finiscono per prevalere decisioni e indirizzi che vengono assunti in consessi più ampi. Qualche esempio?

All’ambito nazionale è sottratta la politica monetaria. Un tempo la moneta poteva essere svalutata in una notte, oggi le scelte sull’euro non si fanno certo a Roma. I partiti peraltro controllavano il sistema bancario, con tutto quello che ne consegue. Dalla Banca Nazionale del Lavoro al Banco di Napoli, dal Monte dei Paschi di Siena all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, la nomina dei CDA competeva all’ambito politico. Oggi non è più così e i parametri europei di concessione del credito in ogni caso rendono molto più difficile elargire denaro facile a sodali e conoscenti. Sono lontani i tempi in cui le assunzioni nel pubblico impiego erano migliaia e servivano ad appagare le rispettive clientele e i parametri europei limitano di molto gli aiuti di Stato al sistema delle imprese.

Stare in Europa vuol dire accettarne le regole, che tradotto significa che incrementare fuori misura deficit o debito comporta sanzioni. E anche se il nostro debito pubblico è in costante crescita sono lontani gli anni ‘80 in cui il deficit annuo raggiungeva anche il 14% del Pil. In definitiva, la signoria dello spread rende di fatto impossibile assumere decisioni che i mercati giudicano radicali o eccessivamente populiste. Il confronto tra i partiti, soprattutto negli ultimi mesi, ha dato un’idea della politica fortemente drammatizzata. C’è molto della soap opera con colpi di scena, fidanzate esibite, performance balneari e cambiamenti di fronte. Occorre forse che tutti rimettano i piedi per terra e si chiedano cosa concretamente possano fare nei limiti che gli sono concessi.

Massimo Blasoni – Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

La cosiddetta «società civile»

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Società civile e politica non rappresentano una dicotomia. Certo la politica finisce per essere una corporazione, una delle tante, mai suoi membri sono stati e restano società civile. La politica, se si vuole, è società civile assurta a un diverso ruolo: in ultimo, però, è specchio dell’intera comunità.
Gli atteggiamenti opportunistici o emotivi che dominano i cittadini alla fine si riverberano su un’azione politica troppo condizionabile dagli umori del momento e quindi orientata verso la demagogia. Non si tratta di vagheggiare scriba illuminati o di pretendere dal pubblico quel «degasperiano» guardare oltre le prossime elezioni,ma di comprendere che coesistono due ambiguità: quella rappresentata da un ceto politico che privilegia l’acquisizione del consenso alla responsabilità e quella, altrettanto censurabile, di un elettorato che preferisce non affrontare responsabilmente i problemi. Siamo dinanzi a un continuum nella società civile-politica: pernicioso, però. Ovviamente non è sempre così e in qualche caso la società civile anticipa il legislatore, sapendo talvolta fotografare prima della politica il mutare delle relazioni sociali, come nel referendum del 1974 sul divorzio.
Essa è però anche la sommatoria di troppi interessi particolari. L’Italia è piena di comitati di vallata, di quartiere e quant’altri, costituitisi solo per dire no: all’elettrodotto, alla Tav, ai rifiuti. Si ha a che fare con una difesa dell’interesse particolare che spesso non conosce ragione. Not in my backyard, lo slogan è sempre quello. I rifiuti vanno smaltiti, ma non vicino a casa mia: e questo anche se li ha prodotti la mia comunità. Le riforme sono necessarie, non quando mi riguardano direttamente. Tutto quello che è ragionevole in termini generali diventa quasi inaccettabile nel particulare. Questo non è un atteggiamento proprio delle fasce culturalmente più deboli. Tutt’altro. Vi è una refrattarietà estrema al cambiamento e quando dai gruppi si scende al singolo il problema si amplifica. Si contestano le raccomandazioni, ma solo se non ci riguardano. Si afferma in modo convinto di essere contro l’evasione quantunque
poi non si chieda la fattura. E si badi bene: non è questo un atteggiamento motivato unicamente dalla presenza di uno Stato pervasivo e tassatore, non è solo l’antagonismo a un Moloch che pure talora pare privarci della libertà.
Il privilegio del singolo finisce per imporsi anche a scapito delle libertà altrui: si fa semplice egoismo. E dietro il paludamento delle giustificazioni sempre ben congeniate (e spesso vissute come reali) esprime una dimensione assai gretta. Ovviamente non si può generalizzare e nella nostra società vi sono splendidi esempi di volontariato e dirittura morale. È però evidente che singolarmente presi,molto spesso, gli italian esprimono un particolarismo ben poco nobile. E collettivamente domina l’emotività, la xenofilia, l’inclinazione alla seduzione passeggera e poi all’ostracismo nei riguardi di sistemi politici prima amati e poi vituperati. E le malefatte di chi governa vengono contestate solo quando inizia a essere in discussione quel benessere che quel ceto politico doveva garantire.Gli aumenti ingiustificati e le assunzioni inutili non sono forse la rappresentazione di un gigantesco e ben gradito voto di scambio? Quanti sono coloro che hanno rifiutato le pensioni a 40 anni di età?
In questo senso – va ripetuto –, interfaccia della società civile sono non soltanto la politica, ma anche il sindacato, le associazioni di categoria, le Camere di Commercio: tutti soggetti che si sono istituzionalizzati sempre più e in cambio del loro crescente potere hanno contribuito a erogare provvidenze, entrando a pieno titolo in quell’ordito consociativo costituito da molteplici centri di decisione. E gli ordini professionali? Non sono forse anch’essi lo specchio di una medesima realtà? Notai, avvocati, commercialisti, medici,farmacisti e via dicendo sono riusciti, nel corso degli anni, a garantirsi varie e crescenti tutele: da tariffe professionali definite a numeri limitati per l’accesso a determinate professioni. E tutto ciò è avvenuto a discapito della libera concorrenza e della tutela dei diritti dei cittadini, costretti a pagare di più per prestazioni e servizi.
In questo quadro, come si colloca il rapporto tra le generazioni? I giovani che oggi vivono una drammatica crisi dell’occupazione sono, va detto in tutta onestà, anche loro figli di un percorso socio-culturale esageratamente protettivo. L’età media dell’emancipazione abitativa in Europa è 20 anni, da noi è 30. È certamente vero che le condizioni occupazionali in Italia sono difficili, ma al tempo stesso nel restare nella casa paterna si palesano due opposti egoismi: quello genitoriale e quello filiale. Il primo è nutrito di amore e possesso, l’altro talora di pigrizia.
Nel complesso (non in tutti i casi, è chiaro) si preferisce accettare condizioni di vita che sono via via peggiori, acquiescenti al declino, piuttosto che reagire. Come individui, certo, ma anche collettivamente.
La società civile partecipa alla politica non solo votando o astenendosi.Si è partigiani, divisi tra guelfi o ghibellini, oppure distratti e anche giustamente disincantati. In larga parte si è critici, anche se poi vi sono eserciti di candidati alle elezioni comunali del più piccolo paese, tutti pronti alle promesse più mirabolanti pur di essere eletti.
Quegli stessi che fino a qualche giorno prima censuravano la dissennatezza della pubblica amministrazione, del partito e della spesa, all’improvviso difendono l’esistenza dell’ultimo comune, delle province, di quell’ente che improvvisamente potrebbero rappresentare. Vi è sempre qualche localismo da difendere, qualche rischio di esproprio del proprio territorio, del proprio ruolo, del prestigio di una comunità.
Parimenti il giudizio dei cittadini sui risultati di un’amministrazione è raramente ragionato. Il voto è più l’effetto di una precondizione culturale (comunque sono antidestra o antisinistra e viadicendo) e più ancora della capacità di far sognare, di promettere.
Disincantata, ma desiderosa di demandare a qualcuno la soluzione dei problemi, la più parte dei nostri concittadini preferisce non approfondire.
Anche di questo la cattiva politica si nutre in un circolo vizioso, che essa in parte determina e da cui in parte è determinata. Con questo non si vuol dire che la società italiana nel suo complesso sia ammalata. Piuttosto che questo eccesso di egoismi, familismi,rapporti di clan e corporazioni non è per nulla liberale e finisce per non riconoscere nemmeno un minimo interesse generale.
Quello che ci può salvare è solo una diversa consapevolezza dell’eccezionale stato delle cose. Occorre che tutti sentano l’esigenza di una reazione insieme collettiva e individuale che implichi un vero ridimensionamento del ruolo dello Stato e l’enfatizzazione dei rapporti di sussidiarietà. Perseguire il nostro interesse è oggi paradossalmente rinunciare a una porzione di piccoli e grandi privilegi personali e nel contempo lavorare alla costruzione di una società privatizzata ed efficiente.

Massimo Blasoni

LE TASSE

di Massimo Blasoni

Il funzionamento dello Stato rende necessario il pagamento delle tasse,
che non sono avvertite come pregiudizialmente ingiuste se la sensazione
è quella di un’equa controprestazione in servizi di interesse collettivo:
strade, sicurezza, scuole. Si può discettare di quanto ampia debba essere
la platea di questi servizi e in che misura competano allo Stato (per chi
scrive – come si chiarirà in seguito – si tratta in ogni caso di servizi
acquistati dallo Stato sul mercato e non direttamente prodotti)), ma
questo cedere una parte della propria libertà (qui intesa come una parte
delle risorse prodotte con il proprio lavoro) e il demandarne l’utilizzo
ai propri rappresentanti eletti, in democrazia, è la norma. Il tema si
complica quando l’entità delle tasse è eccessiva e quando viene avvertita
come sperequata rispetto all’efficienza dei servizi. Di più, quando la
leva fiscale viene utilizzata in parte rilevante per spese ritenute inutili o
per nutrire l’apparato stesso delle istituzioni. Un’avversione che cresce
ancor più quando le imposte servono a sanare i deficit di fallimentari
avventure imprenditoriali di Stato (da Montedison ad Alitalia) o quando
si costruiscono strade al doppio del loro costo oppure opere di scarso
interesse, a inseguire la vanagloria del governante di turno quando non
più privati interessi. La tassazione rischia di diventare il cuore pulsante
di una sorta di religione civile. Una statolatria che vede il cittadino
privato del diritto a una controprestazione puntuale (il sinallagma tra
imposta e specifico servizio non c’è). Le aliquote fiscali non sono l’espressione
di una tassazione ritenuta equa sulla cui base commisurare
la spesa pubblica. All’opposto, è la quantità di spesa a stabilire ogni aumento
del carico fiscale e la spesa cresce inarrestabilmente. Non aiutano
poi certamente né il fatto che il gettito tributario si componga di mille
diversi balzelli, né la loro complessità e il costante mutare delle regole
del gioco. Dalla legge “Sella” nel 1871 fino a Thaon Di Revel, da Vanoni
nel dopoguerra fino a Preti, e poi giù giù fino a Visco e ai giorni nostri,
tutti hanno voluto riordinare finendo quasi sempre per complicare. Le
imposte in Italia, oltre a essere avvertite come eccessive dai cittadini,
hanno condizionato la crescita dell’economia.
Una delle ragioni cruciali della nostra crisi (e della crisi europea
entro cui essa si colloca) è da individuare proprio nell’espansione
del prelievo fiscale.
Se non si riuscirà a invertire il processo in atto, questo crescente
spostamento di risorse dal settore privato al settore pubblico è
destinato a mettere in grave crisi l’intera società occidentale. Nel
corso della storia sono numerose le società fallite a causa di una
tassazione abnorme: deve allora farci riflettere il fatto che nel corso
del ventesimo secolo, nonostante il massiccio ricorso all’indebitamento
e all’espansione monetaria, la tassazione abbia raggiunto
livelli sempre più alti e sia aumentata mediamente di cinque volte
nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Questa impennata della pressione fiscale nei Paesi europei è
stata resa possibile dalla formidabile crescita economica conosciuta
in questa fase storica. Livelli di prelievo che sarebbero stati considerati
insopportabili da una società povera e senza alcuna capacità
di sviluppo sono stati accettati, senza troppe reazioni, nelle fasi di
boom ed espansione. Oggi le cose sono cambiate. Il nostro Paese ha
uno dei sistemi tributari più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione
fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema
amministrativo è barocco, confuso e costoso in termini di tempo e
risorse. E, soprattutto, lo Stato spende male.
Nel nostro Paese questa dilatazione del prelievo tributario ha
raggiunto livelli elevati, soprattutto negli ultimi venticinque anni, così
che oggi la situazione è divenuta insostenibile. Dal 2005 al 2015 la
pressione fiscale (apparente) è salita di 4 punti percentuali, passando
dal 39% al 43%. In Europa questo è un primato. Nessuno è cresciuto
come noi: i tedeschi hanno visto aumentare la pressione fiscale su
Pil di non più di un punto percentuale, spagnoli e inglesi l’hanno
ridotta. Il maggior peso per gli italiani è stato di decine di miliardi
e questo spiega in parte le difficoltà delle famiglie e di un sistema
produttivo in cui troppe aziende chiudono o subiscono significative
contrazioni. La pressione fiscale reale, cioè tenendo in conto del
sommerso che non paga imposte, è oggi in Italia sopra il 50%.
Quando un’economia indietreggia e la pressione fiscale cresce,
è irragionevole attendersi una ripresa.
Vanno ricordati ovviamente anche il cosiddetto cuneo fiscale e la
total tax rate per le imprese. Entrambi ci collocano tra i peggiori Paesi
al mondo. Il nostro costo del lavoro è alto: è noto. Il problema più
rilevante è che una parte eccessiva di quei denari non finisce in tasca
ai lavoratori, ma in tasse. Esattamente il 48,2% nel 2014, contro una
media Ocse del 36%. Una percentuale molto più alta che in Giappone
o Usa, entrambi intorno al 30%, o in Spagna 41% e Olanda (38%.
Quanto alla total tax rate, cioè al carico fiscale complessivo di ogni
tributo compreso che grava sui profitti delle imprese, vale la pena di
citare qualche dato. In Italia è il 65,4% (fonte Doing Business 2015),
in Germania è il 48,8%, nel Regno Unito il 33,7%, in Irlanda il 25,9%.
Un peso obiettivamente eccessivo, che disincentiva l’intrapresa
in Italia e gli investimenti esteri. A peggiorare la situazione si aggiunge
il numero rilevante di adempimenti: un medio imprenditore
italiano ne effettua 15 ogni anno tra Ires, Irap, tasse sugli immobili
e contributi. I versamenti allo Stato per un suo collega tedesco, invece,
sono sei in meno e sette in meno per gli imprenditori inglesi,
spagnoli e francesi. Non è finita, il rapporto annuale della Banca
Mondiale ci segnala che a un medio imprenditore italiano servono
269 ore l’anno per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo
omologo inglese, se vogliamo un’ulteriore tassa. Nel ranking generale
che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale preso nei
suoi vari aspetti (peso, complessità, tempi di pagamento), l’Italia si
classifica tristemente ultima a livello continentale.
Anche la retorica della lotta all’evasione non ha portato a grandi
risultati: gli importi recuperati sono di norma modesti. Per anni una
quota significativa dell’economia è riuscita a sopravvivere in virtù
di una limitata accettazione dell’evasione fiscale e del mercato nero
da parte del sistema tributario; invece che lasciarsi alle spalle simili
logiche con la riduzione della tassazione e il conseguente incentivo
a uscire dall’illegalità, si è preferito reprimere ma senza successo.
In via generale e a ogni passo, sono state ipotizzate riduzioni del
carico fiscale che è invece sempre aumentato. Il risultato è stato
una dilatazione della quota di ricchezza tolta ogni anno a famiglie
e imprese per essere gestita dal settore pubblico.
Spesso le operazioni di riforma del sistema, che talora sono state
annunciate come riduzioni del prelievo, nei fatti hanno finito per
pesare sempre più sui bilanci di famiglie e imprese.
Nel 2014 si è proceduto ad abbassare l’Irpef sui ceti medio-bassi,
ma al tempo stesso è salito il prelievo sugli immobili e sono state
introdotte tasse sul risparmio. Anche le promesse di contrazione
delle tasse nel 2015-2016 paiono tradursi in sostanziali «partite di
giro» con il contribuente: tolgo una gabella, ma ne impongo un’altra.
Eccessivamente oneroso, complesso, colpevole di disincentivare
la libera iniziativa e togliere la voglia di lavorare, il sistema tributario
italiano ha anche un altro grave vizio, che in larga misura spiega come
sia stato possibile giungere al disastro attuale. Si tratta del fatto che il
nostro fisco è troppo spesso occulto. In altre parole, quanti versano soldi
allo Stato non ne hanno sempre consapevolezza piena e in tal modo
non sono in grado di valutare quanto per loro sia oneroso il sistema
tributario attuale. Il prelievo alla fonte e l’imposizione indiretta (l’Iva e
non solo) rappresentano imposizioni fiscali di cui gli italiani sono certo
a conoscenza, ma di cui faticano a valutare il peso. In Italia le imposte
sul risparmio – capital gain, imposte di bollo, Tobin Tax – sono cresciute
di nove miliardi dal 2011 al 2015. Le sole imposte di bollo sui depositi
e strumenti finanziari sono aumentate nel periodo di quattro miliardi.
Nell’affastellarsi di acronimi le imposte complessive sulla casa sono
aumentate dal 2010 al 2014 da 38,5 a oltre 50 miliardi (fonte ImpresaLavoro).
Un incremento non così evidente proprio perché le imposte sono
molte e la legislazione è in costante evoluzione Se però la democrazia
si regge sul principio einaudiano del «conoscere per deliberare», com’è
possibile giudicare politiche e governanti quando non è facile sapere
quale sia stato l’onere che si è dovuto sopportare?
In linea puramente teorica, il rapporto tra Stato e cittadino
dovrebbe reggersi su una chiara definizione di quanto il cittadino
riceve (servizi e beni pubblici) e di quanto egli è chiamato a dare.
Ma l’ordinamento fiscale sembra talora pensato proprio per rendere
poco trasparente la relazione tra potere e società.
Ne conseguono effetti molteplici e perniciosi: la compressione
dei consumi e il disincentivo agli investimenti esteri, in primo luogo.
Ma altre conseguenze sono la scarsa spinta all’innovazione (che non
è certo defiscalizzata) del sistema produttivo, la bassa competitività
delle nostre aziende rispetto a quelle di Paesi esteri con un total tax
rate decisamente inferiore, l’incentivo all’evasione.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, Liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Un futuro migliore è possibile

Un futuro migliore è possibile ma occorre avere il coraggio di cambiare. Trump negli Stati Uniti ha ridotto pesantemente le tasse. Lo stesso si è fatto nel Regno Unito dove ad aprile dello scorso anno la corporate tax è stata diminuita fino al 19%. In Italia per ora ci sono stati solo timidi aggiustamenti e le tasse raggiungono il 42%. Serve invece una misura drastica. Una minor tassazione significa più soldi in tasca alla gente e dunque più consumi e più lavoro. Sono favorevole alla flat tax. Ovviamente spero che non siano solo parole.

di Massimo Blasoni

Un futuro migliore è possibile ma occorre avere il coraggio di cambiare. Trump negli Stati Uniti ha ridotto pesantemente le tasse. Lo stesso si è fatto nel Regno Unito dove ad aprile dello scorso anno la corporate tax è stata diminuita fino al 19%. In Italia per ora ci sono stati solo timidi aggiustamenti e le tasse raggiungono il 42%. Serve invece una misura drastica. Una minor tassazione significa più soldi in tasca alla gente e dunque più consumi e più lavoro. Sono favorevole alla flat tax. Ovviamente spero che non siano solo parole.

Pubblicato da Massimo Blasoni su lunedì 29 gennaio 2018

Vorrei un’Italia con meno burocrazia e meno tasse

Tra poco si vota e sono preoccupate schiere di persone che vivono di politica e che difficilmente troverebbero al di fuori di essa un’occupazione così remunerata. Ho un’opinione diversa. Penso che non aver mai lavorato e aver fatto dipendere la propria sopravvivenza anche economica da ogni singola rielezione di fatto ha allontanato la politica dalla realtà. È anche per questo che il nostro Paese è inadeguato e incapace di affrontare il futuro. Servono anche i politici di lungo corso ma la politica non dovrebbe essere una chiesa per pochi sacerdoti che ne conoscono le liturgie e i mille sotterfugi. Insomma, c’è bisogno della partecipazione di tanti che dal lavoro portino le loro esperienze e la loro capacità di innovare. Se possibile però persone che abbiano dimostrato qualcosa: insegnanti, imprenditori, professionisti e operai e non parolai in cerca di prima occupazione. Vorrei un’Italia con meno burocrazia e meno tasse e dove i giovani potessero pianificare il loro futuro e non la loro emigrazione.

di Massimo Blasoni